Celti: La magia della parola, l’Ogham

L’esercizio dell’ “Arte della parola” era utilizzato tanto dai Druidi quanto da tutti gli “uomini d’arte”, per mantenere un armonioso e regolare svolgimento della vita sociale. Praticato dai Bardi, o File in Irlanda (Filin al plurale), aveva un ruolo fondamentale; era utilizzata, infatti, per la trasmissione dei precetti religiosi, della conoscenza della Natura e delle formule magiche per controllarne le forze, del sentimento dell’identità attraverso la ripetizione dei miti, delle leggende e delle storie del passato. La figura assumeva così connotazioni di Vate, guaritore e dell’indovino.
Dal bardo o file così inteso, si differenziò il cantore, soprattutto dopo l’avvento del Cristianesimo, fulcro dei momenti di riunione.
Formatisi in un lungo apprendistato, i filin che decisero di dedicarsi alla vita religiosa contribuirono all’organizzazione del monachesimo nordico. Quelli che preferirono restare “nel mondo” costituirono gli antenati dei menestrelli medioevali nomadi.
I filin coltivavano diverse specializzazioni, o “generi” di interessi; la storia (genealogie e panegirici), il diritto, la narrazione poetica, la satira, la medicina e la musica.
L’apprendistato del poeta comportava un applicazione di molti anni e di sette stadi successivi. A ciascuno degli stadi corrispondeva l’obbligo di imparare a memoria un certo numero di composizioni,fino ad arrivare ad un totale di trecentocinquanta. Oltre a questo poderoso esercizio della memoria l’allievo doveva imparare la grammatica, la versificazione, i diversi stili di composizione e così via. Il maestro era affiancato da assistenti e da poeti esperti.
Potevano accedere, alle scuole di poesia, tutte le classi sociali, purché dotati di buona memoria e fossero predisposti per l’uso della lingua.
Le lezioni e le esercitazioni si tenevano al buio, per evitare le distrazioni e per poter attingere tutte le energie possibili della mente.
La parola irlandese che significa “insegnare” equivale a “cantare” e ciò da un’idea del perché fossero importanti il ritmo e l’intonazione. Altro supporto mnemonico era costituito dal ricorso alle cosiddette triadi bardiche, ovvero al raggruppamento delle nozioni da apprendere in tre aforismi tra loro collegati, metodo che veniva applicato in tutte le discipline.

L’alfabeto Ogham

Tutte le grandi civiltà del passato hanno due tipi di staria da studiare: una esteriore, formata da dogmi e miti insegnati in scuole o attraverso il culto religioso, che si svolge alla luce del sole ma non per questo completamente chiara; ed una storia più intima, la tradizione esoterica di ogni popolo, difficile da interpretare poichè si sviluppa nel profondo dell’animo e non viene diffusa, in quanto è più intuitiva.
Ed è studiando questa storia che s’incontra la vera essenza di simboli quali l’alfabeto Ogham. Ma procediamo con ordine.

Per prima cosa sfaterò il miti secondo il quale Ogham e Rune appartengano allo stesso mondo. Difatti le Rune sono apparse in Irlanda solo verse il II-III Secolo d.C. ad opera dei Vichinghi, mentre invece l’Ogham era già utilizzato con sapienza e maestria dai Druidi da secoli.

L’Ogham è un linguaggio universale ed è una scrittura magica. Ogni lettera dell’alfabeto può rappresentare non solo gli alberi, ma anche gli animali, i minerali, i colori e tutto ciò che è presente e “vivo” nel nostro mondo.
In inverno, per esempio, quando tutto pare tacere, sono i minerali a parlare. Così in primavera sono gli alberi, in estate gli animali ed in autunno di nuovo gli alberi. Per gli antichi l’Ogham era un carattere prettamente magico, per questo non era semplice individuare una chiave di lettura comune perchè ogni singolo Ogham ha un suo significato profondo che deve esprimere.

Le leggende narrano che l’inventore di questo alfabeto magico fosse il dio Ogma (o Ogmios), il quale presiedeva all’eloquenza e al potere della parola.
Si narra fosse capace d’incatenare a se col la sola forza delle parole chiunque l’ascoltasse. Escogitò, dunque, questo alfabeto per provare la propria ingegnosità e generosità, donandone la conoscienza solo alla casta dei Druidi, antichi dententori del sapere.
Purtroppo esistono diverse varianti di questo alfabeto, frutto delle diverse scuole druidiche che operavano in assoluta segretezza, ma si sospetta che la sua radice comune fosse un qualche sistema di conteggio a tacche.
Lo scrittore e poeta Robert Graves cercò di unificare le diverse scuole costruendo una sorta di alfabeto universale accostandolo al calendario arboreo, anche se in realtà tra l’Ogham e il calendario celtico non v’è alcuna attinenza.

Esistono due tipi di scrittura Ogham:

  • La scrittura Nord/Sud, parte cioè da Nord (la Terra degli Avi) e giunge a Sud (l’Origine della Luce). Questo tipo di scrittura esprime l’inconscio, permettendo di raggiungere le forze profonde dell’essere umano e della natura;
  • La scrittura Est/Ovest che parte da Est (la Primavera, la Rinascita) e giunge ad Ovest (la Terra dell’Altromondo, il Passaggio delle Anime). Questo tipo di scrittura rappresenta lo stato cosciente ed evidente: l’uomo e la Natura che si esprimono nel modo a loro più congeniale.

L’alfabeto prese comunque nome di Ogham craobh (alfabeto arboreo), o Beith-luis-Nion. il nome dei tre alberi associati da Graves alle prime tre lettere dell’alfabeto.
Questo particolare alfabeto utilizza come metodo di scrittura la direzione Est/Ovest procedendo dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra.
E’ costituito da venti lettere (Feda): quindici consonanti e cinque vocali.
Ogni gruppo di cinque lettere costituisce una famiglia (Aicme), che prende il nome dalla sua prima lettera. Ci saranno dunque:

  • Aicma Beithe (B);
  • Aicma hỪatha (H);
  • Aicma Muine (M);
  • Aicma Ailme (A).

In alcuni scritti si trovano anche ulteriori lettere chiamate Forfeda.
Generalmente le iscrizioni oghamiche si trovano su steli funerarie o su spigoli di grosse pietre conficcate verticalmente nel terreno.
Eccezionalmente si trovano anche iscrizioni Ogham in manoscritti medioevali.
L’esempio più notevole sono le Glosse del Prisciano di San Gallo (IX sec.).

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