Celti: preistoria e storia

I Celti “preistorici”

Le fonti archeologiche relative agli insediamenti umani sul suolo Europeo nell’Età del Bronzo (II millennio a.C.) non consentono di individuare un’impronta specificamente come celtica, ma solo di avanzare congetture.
Nella cartina viene illustrato il primo stanziamento celtico nell’Europa Centrale (verde), l’espansione successiva (blu) e l’estensione nella penisola Iberica (in grigio, occupata dai Celtiberi). Quello dei Celti fu il primo popolo stanziato a Nord delle Alpi a entrare in contatto, nella seconda metà del I* millennio a.C., con le civiltà mediterranee sue contemporanee. Tuttavia tale riferimento cronologico corrisponde al punto di vista delle suddette civiltà mediterranee. Il fatto che ”rima” non conoscessero i Celti non significa che questi non esistessero già nell’Età del Bronzo. L’area di insediamento è anch’essa incerta. L’ipotesi più diffusa è quella che li vede insediati in parte della Francia attuale, Germania meridionale e territori adiacenti fino alla Boemia centrale e meridionale. Ma vi sono stati ritrovamenti anche in Ungheria e nel Wessex che hanno messo in discussione quello che sembrava un dato di fatto. Comunque non sono d’aiuto nemmeno le tradizioni mitologiche. Gli Irlandesi, per esempio, rintracciano le loro origini ai quattro punti cardinali della terra: nella Scizia, in Egitto, in Spagna, in Scandinavia (Lochlan), e dopo la conversione al Cristianesimo si definirono i discendenti della famiglia di Noè; i Britanni invece, facevano risalire le loro origini a Troia.
Le origini dei Celti restano, quindi, un mistero, inoltre se per popoli come i Romani, Egizi e Greci esistevano fonti scritte, per i Celti non si è ancora ritrovato nulla antecedente al contatto con questi popoli.

Ferro e sale

Comunque nel VIII Secolo a.C. si avvia in Europa l’Età del Ferro, che viene anche chiamato: ”periodo di Hallstatt” dagli archeologi, per via del rinvenimento, nell’Austria superiore di un’importante necropoli di più di mille sepolture nelle vicinanze appunto di Hallstatt, una cittadina sperduta a 1000 metri di altezza. Ciò che in quel periodo rese importante una cittadina apparentemente priva di risorse economiche di qualsiasi genere come Hallstatt furono i suoi giacimenti alpini di salgemma. Infatti in quell’epoca il sale aveva un ruolo centrale nell’economia, poiché era indispensabile per la conservazione degli alimenti. Nel contesto della cultura halstattiana, che copre un periodo di circa tre secoli, e in particolar modo nella sua manifestazione nell’arco alpino occidentale, gli archeologi ritengono si possano individuare le “cellule generatrici” dei Celti storici. Lo studio dei ritrovamenti da’ l’idea di una società dominata da una élite plutocratica, ovvero di una società dominata dagli individui più ricchi. I ritrovamenti rinvenuti nelle tombe hanno definito, quindi, la ricchezza e la conseguente importanza delle persone ivi seppellite. Addirittura talune tombe erano talmente sontuose e ricche che vennero definite le “tombe principesche”. Ma i ritrovamenti hanno permesso anche di tracciare una mappa dei contatti culturali e commerciali che le comunità halstattiane intrattenevano con le popolazioni straniere. Anche se più di un commercio di materie prime si deve pensare a un commercio legato al piacere della classe dirigente per procurarsi beni di prestigio, o allo scambio di “regali” da lontano. Sono quindi state provate relazioni con la colonia greca di Massalia (l’attuale Marsiglia), con l’Etruria, con le regioni del Nord (da cui proveniva l’ambra), con l’Estremo Oriente (da cui provenivano stoffe addirittura dalla Cina) e con la Spagna.

Golasecca

Nel Varesotto è stata trovata una importante necropoli, che ha preso il nome della località: Golasecca. La civiltà di Golasecca era attiva sulla Lombardia occidentale, nel Canton Ticino e parte del Piemonte, prima delle invasioni galliche del 390 a.C. Sembra abbia avuto origine dalla migrazione verso Sud di tribù celtiche transalpine che vennero a contatto con i Liguri. La documentazione prende il via dal XIII secolo a.C. e presenta una civiltà uniforme fino all’Età del Ferro.
Poi in questo periodo si cominciano a differenziare l’area orientale da quella occidentale. Infine, tra il VII e il VI secolo a.C. si possono individuare delle ”province culturali”, passa, quindi, dalla formula del villaggio rurale autosufficiente a quella della città come polo di riferimento sul territorio. Infatti questi insediamenti sfruttavano il territorio circostante per l’approvvigionamento alimentare e di materie prime. Nelle città avevano sede le élites sociali e le attività artigianali specializzate, i cui prodotti venivano cercati dagli abitanti degli insediamenti più piccoli del comprensorio. Questi insediamenti scambiavano merci con gli Etruschi, con i Celti transalpini e con i Veneti. Le ”province” Golasecchiane sono state suddivise secondo le diversità dei riti funerari e sono:

  • Il territorio di Como, che comprendeva: la città, Sotto Ceneri, sponde e entroterra del Lago di Como, Brianza, area tra i fiumi Adda, Brembo e Serio, fino a Bergamo;
  • Il territorio di Varese che comprendeva: Sesto Calende, Golasecca, Castelletto Ticino, Lago Maggiore fino alla Valsesia e fascia pianeggiante a Sud della provincia di Varese;
  • Il territorio di Pavia che comprendeva: Lomellina, con centro principale a Garlasco;
  • Il territorio del Canton Ticino che comprendeva: Monte Ceneri e piana di Magadino.

Nella zona di Golasecca, insieme con l’urna contenente le ceneri del defunto si possono trovare gli ornamenti che questi indossava prima della cremazione, vasi contenenti offerte e oggetti usati durante il rito, come palette di metallo, doppieri e candelabri. Talvolta venivano trovate anche delle armi spezzate o contorte che significavano che la morte del loro possessore indicava la fine anche delle sue cose. A Golasecca però le armi nelle tombe erano scarse, ciò indica la pacificità di questa particolare popolazione, più dedita all’agricoltura, all’allevamento, ai commerci e alle attività artigianali (filatura, tessitura, lavorazione della ceramica e dei metalli).

La Tène

In Svizzera, sulla riva settentrionale del lago Neuchâtel, ha il suo centro di riferimento la cultura di La Tène. Nel 1858 un archeologo portò alla luce duemila oggetti che, nonostante fossero di chiaro stampo celtico, presentavano decorazioni del tutto nuove. Questa civiltà venne inserita, cronologicamente, dalla metà del V secolo a.C. fino alle soglie dell’era cristiana. L’area geografica della diffusione di questo nuovo ”gusto” era compresa fra i fiumi Mosa, Neckar e Meno per diffondersi nella zona celtica europea. L’originalità dell’arte di La Tène è evidente soprattutto se confrontata con l’arte classica mediterranea: è uno stile più dettagliato, che da’ un carattere più fantastico e oppressivo ai suoi soggetti. Pur non disponendo di fonti scritte celtiche, in quanto vigeva il divieto di utilizzare la scrittura se non per ciò che fosse ritenuto sacro, gli oggetti ritrovati hanno molto da raccontare. Le armi non hanno più la funzione simbolica di segnalare l’elevata funzione sociale, ma sono strumenti di guerra, appartenuti ad un defunto, che viene seppellito come un grande guerriero perfettamente armato. Il carro non è più utilizzato a scopo cerimoniale, ma impiegato effettivamente sui campi di battaglia. Insomma, tutto questo sta’ ad indicare un organizzazione più bellicosa dovuta, probabilmente, all’incremento demografico favorito dalle accresciute risorse economiche, che ha portato ad un’espansione delle sedi originarie. L’espansione celtica ha portato nelle maggior parte dell’Europa occidentale un’omogeneità etnica, linguistica ed economica che precede di secoli l’unificazione dell’Impero Romano.

L’espansione in Britannia

Prima che i Romani della Britannia ne conoscessero anche solo il nome, l’isola era già stata oggetto di successive invasioni da parte di Celti, che ebbero come effetto la sua assimilazione alla fiorente cultura di La Tène. I Celti estesero la loro invasione all’interno e sulle isole vicine, mentre gli indigeni furono integrati o sottomessi. L’incertezza degli eventi è dovuta al fatto che le fonti a cui ci si riferisce sono esclusivamente archeologiche, da queste risulta, infatti, una presenza sistematica di manufatti in ferro dalla fine del VII secolo indicante una profonda modificazione del tessuto culturale dell’isola, non del modo in cui sia avvenuta. La Britannia era, invece, nota ai navigatori fenici, attratti dall’ambra, dallo stagno e dalle pietre preziose. Da questi scambi si era affermato, nell’Età del Bronzo, un livello di vita progredito (agricoltura, lavorazione dei metalli e una rete viaria ben sviluppata). I Celti, pertanto, dovettero solo potenziare queste risorse e perfezionare una tecnologia già avanzata. Lo sviluppo non fu però uniforme su tutto il territorio, per la scarsa densità della popolazione, l’estensione delle foreste e la presenza di molte aree paludose. Questi fattori, infatti, favorivano nel Nord l’instabilità e il nomadismo delle tribù. Furono così sfruttate le maggiori opportunità offerte dalle regioni meridionali: clima più mite, pianure fertili, vie d’acqua e ricchi giacimenti di stagno. Così queste popolazioni si stabilizzarono creando civiltà rurali e organizzandosi in una fitta rete di villaggi autosufficienti ma comunque collegati tra loro. In queste comunità non mancavano comunque abili artigiani. I rapporti più stretti, al di là della Manica, erano intrattenuti con i Belgi. La disponibilità dei Britanni a intervenire al loro fianco nelle questioni della Gallia poteva forse essere la premessa per la costituzione di una potente federazione celtica intercontinentale, ma fu fatale la politica di Roma.

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