Erbe e antichi

Nel mondo antico si riteneva che esistesse una sintonia segreta tra gli esseri umani e i vari aspetti della natura. Si pensava dunque che fosse possibile comunicare con le forme naturali esistenti sulla terra, in quanto ogni cosa era considerata come un essere dotato di anima. Inoltre le anime del mondo vegetale dovevano essere rispettate dalla comunità, per non incorrere nella loro vendetta. La tradizione popolare insegna che per ottenere il massimo giovamento dalle erbe medicinali bisogna spiegare alle piantine, prima di coglierle, l’uso che se ne vorrà fare: è illecito recidere i fiori, senza che una ragione precisa ne giustifichi il sacrificio. Secondo il parere degli antichi, le erbe, per essere magiche, dovevano essere state scoperte da divinità, come ad esempio la Betonica reperita da Esculapio, oppure dovevano essere state sperimentate da esseri favolosi, come la Centaurea trovata dal centauro Chirone, o infine da eroi, come l’Achillea utilizzata da Achille per curare le ferite. Sempre la tradizione popolare racconta come ai riti di raccolta delle erbe si dedicassero soprattutto le donne, che si recavano nei campi nelle ore notturne per poterlo fare in assoluta segretezza. Gli antichi Druidi celtici si recavano alla raccolta del Vischio, pianta sacra per eccellenza, indossando vesti bianche e utilizzando un falcetto d’oro. Alla Quercia dal quale è stato tolto il Vischio e alla divinità che essa rappresenta venivano immolati due tori bianchi. Magica era anche la Felce, soprattutto il suo fiore, che si dicesse sbocciasse per qualche istante nella notte del solstizio d’estate in virtù di qualche forza magica. Le fiabe raccontano che sia un magnifico fiore rosso che avrebbe donato l’invisibilità a colui che fosse riuscito a raccoglierlo, nonostante le grandi forze che lo difendevano, nell’attimo della fioritura, proprio come nel “Enrico IV” di W. Shakespeare: “Noi abbiam raccolto i semi della Felce, per loro noi siamo invisibili…”

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