Celti: Il caso dell’Irlanda

 

Fra le prime comunità raggiunte dalla predicazione cristiana ci furono quelle della Galazia in Oriente. San Paolo scrisse loro una lettera da Corinto, tra il 52 e il 54. Con questa egli rivendicava la superiorità del Cristianesimo all’oppressivo Giudaismo: “Ed è per vivere in questa libertà che Cristo ci ha resi liberi. Siate dunque ben saldi e non vi lasciate imporre di nuovo il giogo della schiavitù”. Grazie a questo richiamo alle tradizioni e al modo di sentire dei suoi interlocutori, san Paolo riprese certi usi e costumi in nome di: “carità, gioia, pace, pazienza, benignità, mitezza e temperanza”. Il motivo della citazione di questa fonte “non-celtica” consiste nel fatto che il santo assegnò ad un popolo fin’ora considerato “barbaro” una dignità umana.
In Occidente la diffusione del Cristianesimo tra le popolazioni celtiche fu frenato dal modo d’intendere “il sacro” di queste popolazioni. Infatti il problema non era tanto quello di imporre il monoteismo o la dottrina trinitaria sul politeismo, ma era quello di far accettare una dottrina fondata sulla trascendenza a genti abituate a cercare il rapporto con il divino nei boschi sacri, sulle alture o ai piedi di grandi monumenti megalitici. Per non parlare dell’importanza data alla tradizione druidica.
I consigli che la Chiesa dette a questi nuovi “fedeli” si trasformarono presto in divieti; così nel Concilio di Arles, nel 452, la Chiesa proibì l’adorazione di alberi, fonti e megaliti; il culto dei boschi fu definito sacrilego nel Concilio di Nantes (568) e ancora nei Capitolari del 789 si denunciavano: “Gli insensati che praticano ogni sorta di superstizione presso gli alberi, le pietre e le fonti”. Questi documenti, insieme alle note dei cronisti, fino al XIV secolo, dimostrano che l’antica religione celtica non si era mai esaurita.
Come sempre fu l’integrazione alla cultura di base che portò la diffusione della Chiesa. Nei luoghi sacri dei Celti furono costruiti santuari, monasteri, cattedrali. Sulle pietre megalitiche furono piantate o scolpite delle croci, che, simbolo della fede in Cristo, erano comunque già presenti nella simbologia celtica. Le fonti vennero consacrate alla Vergine Maria e a lei fu attribuito il loro potere taumaturgico. Questo processo culminò con il tempo dell’architettura gotica, la quale si impossessò, per le sue costruzioni, della “sapienza celtica” in merito alle energie della Terra e del cosmo.
La situazione fu molto diversa in Inghilterra settentrionale e in Irlanda.

Il caso dell’Irlanda

In Irlanda la cultura laterniana durò molto più a lungo che nelle altre aree celtiche. Lo sviluppo continuò nei primi secoli dopo Cristo con risultati a dir poco originali; infatti, quando nell’isola arrivò il Cristianesimo fu l’arte Irlandese e integrarne i simboli e ad elaborarli in autonomia.
Il Cristianesimo giunse in Irlanda mentre era in corso anche un grande fermento politico. L’antico ordine politico si stava sgretolando a favore di nuove dinastie che mantennero il loro potere fin quasi alla fine del I millennio: sulla frammentazione in tanti piccoli regni si impose l’accentramento del controllo della terra e dell’esercizio del potere da parte di grandi regni. Al Nord si distinse il regno di Tara, controllato dagli Ui Neill, mentre nel Sud dominavano gli Eoganacht che assunsero poi il titolo di re di Cashel e re di Munster. Esisteva inoltre un sistema giuridico a sé stante (i breboni) cui vennero affidate la conservazione delle leggi e la loro interpretazione. Questi elementi di “unitarietà” facilitarono la diffusione della nuova religione. La figura di maggior spicco in quest’azione fu san Patrizio (circa 390-460), un britanno fatto prigioniero in gioventù dai razziatori irlandesi. Egli riuscì a diffondere anche nei piccoli paesi il messaggio cristiano senza martiri o persecuzioni dell’una o dell’altra parte. Nel rispetto delle tradizioni locali, egli riorganizzò la legislazione irlandese affiancando il vangelo alla tradizione druidica. Non contrastò quindi i Druidi, ma cercò di indebolirne l’autorità.
Non furono invece sereni i rapporti tra la Chiesa d’Irlanda dei primi secoli e quella di Roma. I contrasti riguardavano l’organizzazione (esclusione delle donne dalla liturgia e modalità di consacrazione dei vescovi) e alcune regole (come quella per cui gli irlandesi postulavano che il loro vescovo fosse anche una abate di un monastero). San Colombano (540ca-615) giunse addirittura a richiamare con una lettera papa Gregorio I, affinché la Chiesa sul continente adottasse un comportamento più consono all’insegnamento di Cristo.

Il monachesimo irlandese

I primi monaci a promuovere la diffusione del monachesimo nell’isola furono, oltre al già citato san Patrizio, san Columba (noto anche come Colum Cille: “Colomba della Chiesa”), san Colombano (conosciuto anche in Italia per la fondazione del monastero di Bobbio), san Gallo (discepolo di san Colombano), Fursa (missionario del VII secolo che fondò il monastero di Péronne) e Kilian (che introdusse il monachesimo irlandese in Baviera e nei Paesi Bassi).
Dal punto di vista della spiritualità e dello stile di vita gli isolani si sentirono più attratti dalla concezione orientale dell’anacroneta portato a servire il nuovo Dio nel deserto, che non quella romana di una Chiesa ufficiale, rigidamente ordinata, con vescovi, presbiteri e basso clero. Ai contadini e ai guerrieri celti veniva, infatti, più naturale tenere le funzioni là dove avevano officiato gli antichi sacerdoti: sotto i frassini sacri e vicino alle fonti. In tali luoghi vennero quindi costruite cappelle e capanne dove vivevano insieme in famiglie spirituali.
Apparentemente in contraddizione sembra la presenza di uomini dotti in queste famiglie estremamente semplici, ma proprio a loro si deve la più significativa opera di raccolta, conservazione, elaborazione e trasmissione del sapere dell’Alto Medioevo in Europa. Ciò si deve al fatto che la disciplina spirituale cristiana attrasse, oltre al popolo, anche le élites intellettuali celtiche, vale a dire i bardi e i filid, i quali mantennero il loro amore per la cultura in nome del Vangelo.
Da ciò nacque il rispetto dei monaci irlandesi per il libro, la scrittura e l’arte.
L’opera dei monaci irlandesi, insomma, riuscì a conservare le tradizioni celtiche lasciando però il controllo della cultura al Cristianesimo.

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