[Il Grande fiume] La Merla

La Merla

(Gazzetta del Po n.7-8 del 17-24 Febbraio 2007)

I giorni della Merla, tradizionalmente il 29, 30 e 31 gennaio, sarebbero i giorni più freddi dell’anno.
se ciò può essere meterologicamente vero, non è altrettanto semplice stabilire il motivo del legame di questi giorni con la merla, la femmina del merlo.
Molte sono le storie che cercano di giustificare il collegamento: merla – giorni più freddi.
Una storia narra che i merli in un tempo remoto, fossero bianchi. Durante un inverno freddissimo, una merla e i suoi piccoli cercarono rifugio in un comignolo: in quell’ambiente caldo e sporco la merla e i suoi piccoli sopravvissero al freddo dell’inverno, ma divennero neri.
Una versione più triste racconta che una merla, ingannata dal sole di gennaio cominciò a covare le sue uova. Però l’inverno non era finito e, quando le uova si ruppero, i piccoli morirono in breve tempo. Così anche la merla, affranta dal dolore, morì: dalla sua tragedia è nata la memoria, con il detto: ”i dè ad la merla”.
Infine si arriva ad una versione tragica. Una coppia di giovani, per guadagnare tempo nel recarsi ad una festa nel paese vicino, attraversarono la superficie gelata del Po, ma il ghiaccio si ruppe e i due scivolarono nell’acqua. Unica testimone: una merla. Per tre giorni l’uccello cinguettò per chiedere aiuto, ma quando il terzo giorno qualcuno si decise ad andare a vedere trovò i corpi dei due giovani, restituiti dalla corrente, circondati da moltissimi fiori.
Una variante della storia vuole che una bella giovane perisse nell’attraversare il fiume ghiacciato. Il suo grido così simile al cinguettìo della merla, lanciato mentre finiva nelle acque gelide del fiume, attirò l’attenzione dei suoi amici che, per tre giorni, invano la cercarono.
Con più o meno varianti le leggende che si raccontano sono quelle narrate in precedenza, rinate dopo una lenta perdita del legame con la terra, in conseguenza del quale moltissime tradizioni finirono quasi per estinguersi. Ma la rinascita della popolazione che venne dopo la seconda guerra mondiale portò alla riscoperta di queste storie e la Merla, fragile fenice padana, infine risorse.
Si cominciò così a voler festeggiare questo ed altri eventi, portando così molti a scavare nel passato alla ricerca delle tradizioni di un tempo, fino a far rinascere ”mascherade” antiche di secoli.
Nei tre giorni della Merla, dunque, i contadini raccoglievano fascine di legno, accatastandole nella piazza del paese. Durante la notte dell’ultimo giorno si aprivano i festeggiamenti con un gran baccano: il fortissimo rumore aveva il potere di far scappare lontano gli spiriti maligni, il freddo, la cattiva sorte. In ogni cortile si sbattevano bastoni, pentoloni e catenacci dall’alto dei carri appositamente allestiti, allungando di tanto in tanto l’orecchio ad ascoltar la risposta proveniente da altri paesi, corti o cascine. Tutti si recavano così nella piazza del paese, dove si aprivano i Canti della Merla. Una donna, scelta per la sua voce armoniosa, doveva condurre gli altri in una serie di canti, volti a festeggiare la fertilità del terreno e la conseguente prosperità del paese. Cori di uomini contrastavano con quelli delle donne, congiungendosi, infine, secondo i dettami di un rito la cui origine si perde nella notte dei tempi.
Alla fine di questi canti veniva posto sulle fascine un pupazzo, vestito di vecchi abiti, la ”vecia”, al quale poi si dava fuoco. Attraverso i segnali dati dal rogo fittizio si poteva leggere la buona o la cattiva sorte agricola del paese per l’anno a venire.

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