Licantropo, Uomo Lupo e Lupercalia

Il licantropo (dal greco Lykòs, lupo e Anthropos, uomo), detto anche uomo-lupo o lupo mannaro, è una delle creature mostruose della mitologia e del folklore poi divenute tipiche della letteratura dell’orrore e successivamente del cinema horror.
Lupo mannaro deriva dal latino Lupus Hominarius, uomo lupo. Identico significato hanno il termine inglese Werewolf ( were è un termine anglosassone che significa uomo) e il francese Loup-Garou.
Il mito dell’uomo che muta in una bestia terrificante si ritrova in molte culture. Spesso l’animale risultato della metamorfosi è quello più temuto dai locali. Gli africani muteranno in leopardo, i nativi peruviani in giaguaro, i cinesi in volpi o tigri, i russi in orsi, gli indiani in tigri. In gran parte il terrore dovuto al lupo e il mito del licantropo derivano dal folklore scandinavo e del sud-est europeo, dove il lupo era in realtà il terrore dei poveri.

Storia del mito

Il mito dell’uomo che si trasforma in lupo o viceversa è antico e presente in molte culture.
La prima leggenda europea racconta di Lykaon, un re greco che sacrificò suo figlio in onore di Zeus e mangiò le sue carni. Licaone era ricco e malvagio. Zeus irato gli si presentò in corte in forma di un povero mendicante, dicendo di essere il dio supremo. Il re lo cacciò via e il dio greco lo trasformò in un lupo. D’allora in poi doveva vagare per i boschi in forma di bestia.
Si narra che in quella terra, a quel tempo fossero molti gli uomini trasformati in lupi per atti di cannibalismo, e che la loro unica possibilità di tornare normali fosse quella di resistere nove anni senza mangiare carne umana.
Licantropo nella mitologia NorrenaGli antichi Romani chiamavano il licantropo versipellis, letteralmente rovesciapelle, come testimonia anche Petronio nel suo Satyricon, dal momento che ritenevano che la pelliccia del lupo rimanesse nascosta all’interno del corpo di un uomo, che poi si rivoltava assumendo le fattezze bestiali.
Nelle tradizioni nordiche compaiono figure di guerrieri consacrati a Odino, i Berserker, che nella furia della battaglia si diceva si trasformassero in orsi o lupi. Lo stesso Loki, divinità nordica dell’inganno, ebbe dall’orchessa Angrbodhra il gigantesco Fenrir, un lupo così feroce da dover essere imprigionato sull’isola di Lygi, dove è condannato a latrare in eterno fino alla fine dei tempi, fino a quando le sue catene si spezzeranno e potrà scatenare la sua furia selvaggia, divorando Odino.
Nel corso del medioevo morirono numerose persone innocenti accusate di avere commesso gravi crimini in forma di lupi. La storia più famosa è quella di un certo Peter Stubbe. Vissuto in Germania, morì atrocemente il 28 ottobre del 1589, prima torturato con la ruota della tortura, poi decapitato, ed infine messo al rogo per mano della Santa Inquisizione. L’uomo fu accusato di aver ucciso due donne incinte e 13 bambini, tra cui i suoi figli. Nella sua deposizione raccontò di aver ricevuto in dono una cintura dal demonio, con la quale poteva trasformarsi in lupo ogni qual volta voleva.

Petronio, tratto dal Satyricon

Durante la cena a casa di Trimalcione, infatti, i protagonisti Encolpio, Ascilto e Gìtone hanno modo di ascoltare, fra molte Licantropochiacchiere a vanvera, diverse storie macabre e stupefacenti, come questa raccontata dal liberto Nicerote: un indimenticabile “faccia a faccia” con unlicantropo in un cimitero deserto!
«Quando ero ancora schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c’è la casa di Gavilla. Lì, dài che ti dài, attacco a farmela con la moglie di Terenzio, l’oste. Magari l’avete anche conosciuta, Melissa, la Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci avevo messo gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le chiedevo, lei me lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva a me. Quanto al sottoscritto, quello che avevo lo passavo nelle sue tasche e non ci ho mai preso delle fregature. Un giorno, mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le cuoia. Allora io, facendo il boia e l’impiccato, cerco con ogni mezzo di raggiungerla, perché – sai come si dice – gli amici li si vede nel bisogno.
Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo, convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Mica per altro: era un soldato e per giunta forte come un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a imboscare nella macchia. Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov’ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti per raccoglierli, ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando colpi alle ombre, tra uno scongiuro e l’altro, arrivo fino alla casa della mia amica.
Entro che sembro un cadavere, senza più fiato, con il sudore che mi scorre tra le gambe e gli occhi spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po’. La mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell’ora della notte, mi fa: “Se solo fossi arrivato un po’ prima, almeno ci avresti dato una mano: un lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro, perché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia”. Dopo aver sentito questa storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma alle prime luci dell’alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno fossi un oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto in cui i vestiti del mio compare erano diventati di pietra, ci trovo soltanto una pozza di sangue. Quando arrivo a casa, il soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale un medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che è un licantropo e da quel giorno non ho più mangiato con lui manco un tozzo di pane, nemmeno a costo della vita. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi racconto una frottola, mi stramaledicano i vostri numi tutelari».

Lupercalia, la festa dei lupi

I Lupercalia (o Lupercali) era una festività religiosa dell’antica Roma si festeggiava, il 15 di febbraio, in onore del dio della fertilità Luperco (o Lupercus), protettore del bestiame e delle messi.
Lo stesso Plutarco ne dà una descrizione minuziosa nelle sue Vite parallele (“Vita di Giulio Cesare”, cap. 61). I lupercalia venivano celebrati nella grotta chiamata appunto Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa.
Secondo il rito celebrativo, nel giorno antecedente i lupercalia, le donne ancora in cerca di marito scrivevano il loro nome su un biglietto che veniva messo in un grande contenitore; successivamente tali biglietti, estratti a sorte, venivano abbinati ai nomi dei maschi presenti così da formare delle coppie; queste coppie passavano insieme tutto il giorno della festività danzando e cantando; poteva succedere che alla fine dei festeggiamenti alcune di esse decidessero di sposarsi.
Inoltre, il giorno stesso, due ragazzi (i luperci) di famiglia patrizia, in una grotta sul palatino consacrata al Dio, venivano segnati sulla fronte con del sangue di capra. Il sangue veniva quindi asciugato con della lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano sorridere.
Venivano poi fatte loro indossare le pelli degli animali sacrificati, le quali venivano poi fatte a striscie, le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Con queste ultime due giovani dovevano correre intorno al colle colpendo chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali volontariamente si offrivano per purificarsi e ottenere la fecondità.
Quando Fauno sostituì Luperco nella religione romana, la festività veniva eseguita in suo onore. La leggenda di Romolo e Remo, indicava come questi fossero stati allattati dalla lupa proprio presso la grotta Lupercale, per questo motivo vennero anch’essi associati al culto di Fauno.
Un altro rito della celebrazione era la februatio, la purificazione della città, in cui le donne scendevano in strada con dei ceri accesi.
I lupercalia furono osteggiati verso la fine del V secolo da Papa Gelasio I che volle contrapporgli come festa dell’amore e delle persone che si amano la festa di San Valentino, istituita appunto nel 496. Il Senato accolse la sua richiesta, ma la tradizione era dura a morire, così alcuni secoli dopo, nel VII secolo, la celebrazione venne sostituita con la Candelora, la quale ne riprende sia il significato rituale di purificazione, sia, verso il IX secolo, la processione con le candele.

Aspetto del licantropo

L’aspetto del licantropo nella sua forma umana è caratterizzato da sopracciglia folte ed unite tra loro, occhi infossati, peli anche sulle palme delle mani e sulle piante dei piedi, mani larghe, con un dito medio particolarmente lungo.
Nella forma lupesca, il lupo mannaro è molto diverso da quella creatura pelosa tipo uomo selvaggio cui ci hanno abituati a vedere, Anche se, raramente, si alzano su due zampe, il licantropo sembra un vero lupo, ma è più grosso e dotato di velocità e agilità soprnnaturale.
Di solito conserva occhi e voce umana e spesso non ha la coda, perchè si dice, solo Dio può compiere miracoli e le trasformazioni operate dal Diavolo sono quindi incomplete.

Luna e argento

Secondo la leggenda, il licantropo è dunque un uomo condannato da una maledizione che, ad ogni plenilunio, inizia a ricoprirsi di peli e a munirsi di zanne, fino a diventare un vero e proprio lupo feroce, pericoloso e aggressivo.
Gervasio di Tilbury, un noto scrittore medievale, associò la trasformazione con l’apparizione della luna piena, forse per via di quella credenza popolare che induce a credere che se ci si taglia i capelli poco prima della luna piena questi crescono più velocemente o delle alterazioni mentali che si pensi possano essere causate della presenza o meno dell’astro nel cielo, si chiama Mal di Luna. Se ci si addormenta a viso scoperto all’aperto in una notte di luna piena, si potrebbe sentire il bisogno di ululare, di correre in giro a quattro zampe e addirittura di mettere sotto i denti una preda ancora viva.
Chi è affetto da mal di luna è colto, all’avvicinarsi della trasformazione al calar del sole, da eccitazione e nervosismo.
Il lupo mannaro può essere ucciso solo con un’arma d’argento, in quanto ritenuto il metallo più sacro e puro, un metallo lunare.
Si ritiene anche che avena, vischio e frassino tengano lontano tali creature, se tenuti al collo o coltivati attorno a casa. Ad Haiti, per difendere i bambini dai lupi mannari, i genitori fanno loro mangiare scarafaggi fritti con aglio e olio di ricino.
La licantropia può trasmettersi con un morso, ma è molto raro, poichè è difficile sopravvivere all’attacco di una di queste creature. Un’altra ipotesi è quella di una maledizione di una strega o uno stregone, oppure può essere indotta con pozioni, unguenti o indossando una cintura fatta della pelle di un assassino.
Un’altra teoria interessante è che si possa contrarre questa malattia bevendo l’acqua licantropica, un liquido infetto che si deposita nelle orme lasciate da un licantropo.

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