[Simbologia] Il mondo vegetale

Come in molte culture, anche in quella celtica ha particolare importanza l’albero della vita. Questo rappresenta l’esistenza nella sua totalità, come prodotto della congiunzione tra Cielo e Terra.
“Tempio” degli dèi e luogo privilegiato di culto era dunque il bosco, nelle sue radure i Druidi impartivano i loro insegnamenti. Albero simbolo era la quercia, il cui nome, in lingua gaelica, significa “porta”. La quercia era associata alla dea Brigit, a Taranis, il dio del fulmine e al Dagda, la cui mazza a due tagli era in legno di quercia. Ai Druidi era sacro anche il vischio, eminentemente “celeste” visto che non ha bisogno di mettere radici nel terreno. E’ collegato al ciclo annuale (solstizio d’Inverno) in quanto è l’unica pianta che germoglia in un periodo in cui la terra sembra morta. Se trovato su una quercia si pensava avesse il potere di contrastare tutti i mali. Un’altra pianta collegata a Brigit era la betulla; per il suo aspetto lunare, il ruolo “colonizzatore” in natura e gli usi molteplici nella vita quotidiana dei celti era espressione della conoscenza e della creatività, nonché della femminilità.
Si sottolineavano i poteri della luna e dell’acqua nel salice, sacro alla Dea anche perchè considerato fonte d’ispirazione poetica.
L’ontano, amante di acquitrini, paludi e laghi era anch’esso simbolo del potere della Luna e dell’acqua.
La saggezza trovava diretta espressione nel nocciolo, flessibile, resistente e apportatore di piccolissimi, ma nutrientissimi frutti.
Come albero “femminile” deve essere ricordato anche il tiglio simbolo dell’amore coniugale, dell’amicizia e della socievolezza.
Tutti gli alberi con frutti rossi (colore del sangue e del fuoco) rappresentavano l’archetipo virile. Ne è un esempio il sorbo, le cui bacche, insieme con le mele e le noci rosse erano considerate un cibo divino. Al sorbo erano collegati, inoltre la divinazione, la protezione dagli incantesimi negativi e dai fulmini, nonché la funzione di preservare dai pericoli il bestiame al chiuso o nei pascoli.
Anche l’agrifoglio, il cui nome celtico significa sia “fuoco” che “oggetto forgiato in ferro”, ben rende il sentimento dell’identità maschile, che si consolidava tanto nell’attività dei fabbri quanto in guerra. Analogamente vicino al mondo degli uomini e dei guerrieri era il frassino, utilizzato per fabbricare remi e manici degli attrezzi agricoli e soprattutto armi.
Un cenno particolare merita il biancospino in cui si trovano riuniti aspetti sia assicuranti sia inquietanti della Natura. Ai fiori deliziosi che rallegrano il mese di maggio si affiancano, infatti, le spine. Le sue bacche rosse sono l’alimento prediletto degli uccelli all’inizio dell’autunno, ma sono anche nocive per l’uomo. Con l’avvento del Cristianesimo si sono mantenute le valenze positive di questa pianta. Albero della nascita per eccellenza è tuttavia l’abete. La consuetudine di adornare un abete rosso con ghirlande, luci e dolci proviene dal paganesimo germanico e scandinavo, avversato a lungo ma inutilmente dalla Chiesa. Per i celti era, tuttavia, l’abete bianco a godere della maggiore considerazione. Basti ricordare che secondo una leggenda Merlino si arrampicava regolarmente su questo albero e che in Scozia la neomadre e il neonato erano oggetto di una particolare “benedizione” che consisteva nel triplice giro attorno al letto con una torcia di abete bianco.
Pur nell’ambivalenza di significati tipica del modo di pensare dei celti erano dominanti le caratteristiche negative nel tasso e nel sambuco. Il tasso per le proprietà velenose dei semi e delle foglie, che i guerrieri usavano per preparare una poltiglia in cui intingevano la punta delle frecce. Associato alla morte e alle tenebre, simboleggiava, come tutti i sempreverdi, la continuità della vita. Il sambuco, invece, pare che fosse fonte di paura perchè particolarmente caro alle creature del Sidh, ma soprattutto perchè rappresenta l’aspetto nero della Dea, dato il colore delle bacche, evocandone il potere mortifero.
Fra gli alberi va, infine, ricordato il melo selvatico, albero sacro per eccellenza presente in molti racconti mitologici. Tra le manifestazioni più umili del mondo vegetale erano circondati da particolare sacralità il giunco, per il suo stretto legame con l’acqua; la ginestra, che attecchisce in terreni poveri di sostanze nutritive; l’erica, per il polline utilizzato per la produzione di miele; il trifoglio, caro ai druidi come forma manifesta della compiutezza triadica. Come segno tangibile dell’energia divina i celti collegarono gli alberi anche al tempo e all’alfabeto sacro, mettendo in relazione una lettera con un particolare albero e l’albero con ognuno dei tredici mesi lunari dell’anno, di 28 giorni ciascuno.

Il Trifoglio

Uno degli emblemi nazionali irlandesi è il trifoglio (shamrock), legato indissolubilmente alla figura di San Patrizio.
Il legame tra il santo e il trifoglio viene fatto risalire al 1669 circa. Infatti una moneta di quell’anno mostra il santo nell’atto di innalzare un trifoglio. Altri documenti lo fanno risalire al 1776 la prima documentazione certa che ritrae San Patrizio nell’atto di camminare con una croce verde e una foglia del trifoglio. La tradizione orale delle popolazioni tramanda la storia che San Patrizio usò una foglia di trifoglio per divulgare la dottrina della Trinità; in questo modo si spiega il perché il giorno di San Patrizio coloro che festeggiano questa ricorrenza portano, insieme alla tradizionale croce, una foglia di trifoglio singola e non l’intero ramoscello.
Inizialmente le croci utilizzate nel giorno di San Patrizio erano rosse, ma dalla fine del diciassettesimo secolo queste furono rimpiazzate da quelle verdi. Questo cambiamento si pensa sia stato dovuto all’influenza del trifoglio irlandese e al fatto che la croce rossa era riconducibile all’odiato dominio inglese.
Il trifoglio é rimasto un inequivocabile simbolo irlandese ed é associato in tutto il mondo all’Irlanda. Esso é in effetti utilizzato dagli emigranti come un simbolo inequivocabile di appartenza ed appare in qualsiasi luogo si festeggi il giorno di San Patrizio.

Il vischio

Le consuetudini sull’uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considerava questa pianta come sacra e magica perché, pur senza radici, riusciva a vivere su un’altra specie. Poteva essere raccolto, infatti, solo da Druidi esperti, utilizzando un falcetto d’oro. Gli altri Druidi, coperti da candide vesti, lo raccoglievano al volo su una pezza di lino immacolato e lo posavano in un bacile d’oro riempita d’acqua e lo mostravano al popolo per la venerazione di rito. Per i Celti il vischio era “colui che guarisce tutto; il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale, per questo distribuivano l’acqua che lo aveva bagnato ai malati o a chi voleva un beneaugurio per la salute.
I Celti consideravano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritenevano che questo arboscello fosse nato dove era caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra. Plinio il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti era quello che cresceva sulla quercia, considerato l’albero del dio dei cieli e della folgore perché su di esso cadevano spesso i fulmini. Si credeva che la pianticella cadesse dal cielo insieme ai lampi. Questa congettura – scrive Frazer nel suo “Ramo d’oro” – è confermata dal nome di “scopa del fulmine” che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. «Perché questo epiteto implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine; anzi la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine» aggiunge Frazier. Seguendo la superstizione, quindi, tagliando il vischio secondo un rituale ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.
Inoltre queste usanze druidiche continuarono anche dopo la cristianizzazione. La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso. Scrive Alfredo Catabiani nel suo “Florario” «Come il vischio è ospite di un albero, così il Cristo è ospite dell’umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini».

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