Sirene, le creature tentatrici

SireneDa quando l’uomo ha iniziato a navigare si sono susseguite centinaia di racconti di leggendarie creature più o meno mostruose che sono state avvistate in ogni parte del globo.
A volte sono creature capaci di affondare navi gigantesche e altre in grado di proteggere le imbarcazioni e portarle sane e salve al porto anche se si trovavano nel bel mezzo di una violenta bufera. Tra tutte queste creature troviamo le Sirene, le Ondine e le Fate delle Acque.
Le Sirene che noi conosciamo hanno corpo per metà umano e per metà pesce, anche se nel passato avevano diverse raffigurazioni. Nella mitologia greca, per esempio, esse erano raffigurate come enormi uccelli con testa di donna, grossi seni e robusti artigli; nella tradizione irlandese, invece, a volte escono dal mare con l’aspetto di piccole mucche senza corna.
La prima rappresentazione della donna-pesce viene documentata per la prima volta nel “De Monstris”, uno scritto del VI secolo. Mentre il primo che parlò del loro canto ammaliatore fu R. De Fournical nel “Bestiario d’Amore” del 1250.
SireneLe sirene erano dotate di un notevole fascino e possedevano un canto ammaliatore, i poveri marinai che rimanevano incantati venivano ridotti in schiavitù e poi venivano uccisi quando si stancavano di loro.
In ogni paese esiste almeno una leggenda di una Sirena; in Inghilterra vengono chiamate Merewif, in Irlanda Merrow, Xanas in Spagna,mentre in Olanda Zeewif; In Islanda vengono chiamate Margyr o Haff-fru, in Germania Nixen o Meerfrau, in Danimarca Moremund o Mermaids, in Svezia si chiamano Sjotzold e preannunciano le burrasche, infine ci sono le Merminners nei Paesi Bassi, le Rusalke in Russia e le Ningo in Giappone. In alcuni paesi del Nord Europa si racconta anche di uomini-pesce, i Mermen, una specie di tritoni, a volte sposi di Sirene, a volte rapiscono le fanciulle dalle navi e le tramutano in Sirene per vivere con loro.
Ondine e Fate delle Acque sono invece creature d’acqua dolce.

“Le Ondine abitano sul fondo dei laghi in palazzi di lucido cristallo. Al tramonto, quando il cielo è tutto di porpora, le bellissime fanciulle salgono alla superficie a salutare i raggi del sole morente prima che l’incanto della notte scivoli sul mondo. A nuoto raggiungono la riva e, cantando con voce melodiosa, si disperdono nei prati a cogliere i fiori. Ma sono esseri molto timidi, basta un nonnulla per spaventarle: lo scalpitio di un animale assetato che viene ad abbeverarsi, il passo di un uomo, una voce od un eco che risuona improvvisamente, allora tremanti e impaurite, corrono a tuffarsi nel lago.
Le Fate dell’Acqua invece, sono molto diverse dalle cugine testé esaminate. Raccontano che fin dai tempi remoti queste creature dimoravano in splendidi palazzi situati sotto i laghi e, quando apparivano in superficie, i fiori stessi si schiudevano come per incanto ad ammirare tanta grazia, e le erbe e le piante fremevano di dolcezza come se una mano invisibile le carezzasse. Si mormora anche che nelle oscure notti senza luna le Fate emergano dalle nere acque e, sedute sui prati in fiore, raccolgano la rugiada delle erbe per distillarla, creando filtri d’amore. Esse indossano un lungo mantello azzurro simile ad un lembo di cielo che scende fino ai piedi e volteggia nell’aria, Ad ogni passo il loro corpo magicamente perfetto e velato da un’ampia tunica candida pare sfiorare appena l’erba.
I capelli, neri o biondi, che in larghe onde ricadono sulle spalle a cascata, sono raccolti sulla fronte da un cerchio di giunchi intrecciati con diademi di fiori di prato. Sotto le sopracciglia marcate splendono come gemme gli occhi, così che a guardarli l’anima disancorata prende a viaggiare attraverso spazi infiniti e il fluire del sangue nelle vene pare arrestarsi. Com’è possibile descrivere lo sguardo che sprigiona da questi occhi? Occhi trasognati, a volte opachi, a volte liquidi, celesti, sfumati di verde, scintillanti di magiche luci, racchiudenti l’essenza di tutte le cose ed anche il riflesso di un mondo arcano e insondabile, ma anche limpidi come il cielo mattutino, pieni di gioia di vivere, di eternità. E quando esse sorridono è come se tutt’a un tratto il sole sfolgorasse in un luogo tetro e buio scacciandone tutta la tristezza e la tetraggine.
Ma chi le vede deve sapere che questa visione è un sogno troppo grande per essere contenuto nel cuore di un uomo, ed è il principio di un male profondo da cui non si potrà guarire mai più. Forse solo gli innamorati delusi riescono , sia pur lontanamente, ad immaginare l’abisso in cui si precipita e le sensazioni che si provano e che derivano da queste visioni che feriscono il cuore e l’anima per sempre.”

(Tratto da “Il Piccolo Popolo” di D. B. SPada)

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