Storia di una Cultura

Quella dei Celti, nel lungo periodo, sembra essere una storia segnata dalla sconfitta, dalla persecuzione, dall’emarginazione. Ma al tempo stesso i Celti sembrano essere più vivi che mai. Sono vivi nella lingua e nel folklore di popoli che se ne sentono gli eredi; sono vivi negli ideali della “New Age” che propone di viverne il ricordo e gli insegnamenti spirituali come una lezione di “vera” civiltà. Così, i Celti, sono diventati un “mito” del nostro tempo, rischiando di perdere il contatto con la storia vera e propria.
Mi propongo, con questa pagina, di raccontare la loro storia, le loro usanze. Non mostrerò i Celti, quindi, come il popolo incantato che tutti crediamo, ne racconterò, invece, l’origine, la realtà così com’è…

Problemi di metodo

Sui Celti, fino a qualche anno fa, nei libri di storia, si trovava solo qualche cenno e spesso si aveva l’idea che fossero solo popolazioni barbare. Ma non barbare come intendevano gli antichi Greci, cioè popolazioni di lingue diverse, ma come: “primitive, incivili, selvagge e, per estensione, feroci e crudeli. Così attirava poco l’idea di conoscere queste popolazioni. Ad attirare però l’interesse generale sui Celti fu una mostra organizzata nel 1991 a Venezia, nel Palazzo Grassi. Si intitolava: “I Celti. La prima Europa”, ed era costituita da più di 2000 manufatti provenienti da oltre 200 musei di 24 Paesi. Il Percorso partiva dai ritrovamenti delle cosiddette: “Tombe dei Principi” dell’Europa Centrale, risalenti all’ultimo periodo Hallstatt (VI Secolo a.C.) per concludersi con l’esposizione dei codici miniati irlandesi del Medioevo.
Ma questa iniziativa, se da una parte ha acceso l’interesse per i Celti, non ha però impedito che se ne diffondesse un’immagine un po’ distorta. Per esempio, si è diffusa l’idea che i Celti avrebbero un’origine ben più remota di quella dimostrata, e che costruzioni come i Dolmen, i Menhir e i Cromlech, che segnano i paesaggi di Francia e Inghilterra, siano opera dei Celti più antichi. Da qui i Celti assumono un alone di mistero, diventano i depositari dei segreti del Cosmo. Da “barbari”, i Celti, sono diventati quindi i veri “antenati” da cui gli Europei di oggi possono sentirsi orgogliosi di discendere.

Quanto “parlano” le lingue?

Per studiare la provenienza di questi popoli, o averne quantomeno una posizione cronologica, si è studiata anche la lingua. Per esempio esiste lo studio comparato di più lingue chiamato: ”Indoeuropeistica”. Questa scienza trae origine dagli studi fatti da William Jones (1746-1794) che mise in luce le parentele tra il sanscrito e le prime lingue europee. Da qui nacque l’idea dell’esistenza di una ”lingua antenata” dalla quale sarebbero poi derivati, oltre al sanscrito, il greco e il latino, il tocario (lingua di un popolo della steppa russa ormai estinto), l’iranico, l’ittita, l’armeno, lo slavo, il balto, l’illirico, l’italico, il germanico e il celtico.
Attualmente ci sono degli studiosi che credono nella possibilità che sia esistito un popolo parlante l’indoeuropeo. Avrebbe avuto sede nell’area pianeggiante lungo il Volga inferiore, equidistante dall’altopiano iranico quanto dall’odierna Turchia. Influssi migratori l’avrebbero poi portata a occupare l’Europa occidentale, sfruttando in particolare la valle del Danubio.

Le fonti scritte greche

Per quanto riguarda la ”colonizzazione” della penisola Iberica vi sono molte incertezze relative all’epoca in cui sarebbe avvenuta, all’ipotesi tradizionale dell’invasione e quindi alle relative modalità con cui i nuovi venuti si sarebbero sovrapposti alle popolazioni indigene (gli Ibari). Tra le varie difficoltà vi è anche quella dell’assenza di riscontri archeologici dei riti funerari. Da ciò si deduce che i cadaveri dei guerrieri morti in battaglia venissero lasciati alla mercé degli avvoltoi. Un altro elemento di originalità è costituito da una spiccata religione della natura, che comportava l’individuazione di luoghi di culto legati ad alture, a corsi fluviali, laghi e boschi sacri. Segni evidenti di questa cultura sono stati trovati nell’area Nord/occidentale della penisola. A partire dal VI secolo a.C. si afferma la vera e propria cultura dei Celtiberi, che rimane fino all’avvento dei Romani (a cui si deve appunto la denominazione di Celtiberi). Plinio il Vecchio li colloca nel cuore della penisola, dove effettivamente sono state rinvenute le più cospicue testimonianze archeologiche. Per quanto riguarda l’identità dei Celtiberi si tratta di una cultura che dimostra un sofisticato controllo della tecnologia del ferro fin dall’inizio, l’assimilazione più di altre culture di elementi mediterranei, la differenziazione di aree aventi una fisionomia propria. La lingua dei Celtiberi, inoltre, era più antica del gaelico e del britannico. Di tale lingua si ha una documentazione scritta a partire dal III secolo a.C..

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