Strand Magazine

Natale 1920

(A. C. Doyle)

doyleSe gli avvenimenti qui narrati e le fotografie che ad essi si riferiscono reggeranno alle critiche che inevitabilmente susciteranno, potremo dire senza esagerazione alcuna che essi segneranno un’epoca nuova nell’evoluzione dell’umano sapere. Li sottopongo pertanto al pubblico, unitamente a tutte le testimonianze raccolte, perché li esamini e li giudichi. Nel caso mi si chiedesse se considero l’avvenimento provato in modo definitivo e assoluto, dovrei rispondere che, per eliminare anche l’ultima debole ombra di dubbio, desidererei vedere ripetersi l’evento, prima di rendere una testimonianza inoppugnabile. Mi rendo conto, però, della difficoltà di una simile richiesta, giacché raramente gli stessi risultati si possono ottenere quando e come si vuole. Escludendo quindi la possibilità di riuscire ad avere definitivamente una prova conclusiva, ritengo che, dopo aver attentamente vagliato ogni possibile fonte di errore, sia stato raggiunto un consistente grado di credibilità. Sicuramente si griderà al «trucco», il che farà una certa impressione su coloro che non hanno avuto l’occasione di conoscere le persone coinvolte nella faccenda o i luoghi che sono stati teatro dell’evento. Sul fronte delle fotografie, tutte le obiezioni sono state considerate e adeguatamente risolte. Delle due, l’una: o le foto reggono entrambe, o crollano insieme; o sono entrambe autentiche, o sono entrambe contraffatte. Tutte le circostanze confortano la prima alternativa; eppure, in una questione che presuppone una svolta decisiva, si sente la necessità di negare l’evidenza, prima di affermare che non esiste alcuna scappatoia concepibile per un possibile errore.
Nel mese di maggio di quest’anno ricevetti notizia, da parte della signorina Felicia Scatcherd, persona ben nota in varie branche dell’umano sapere, dell’esistenza di due fotografie di fate, scattate nel Nord dell’Inghilterra in circostanze che sembravano escludere ogni frode. L’informazione avrebbe suscitato in qualsiasi momento il mio interesse, ma mi pervenne proprio mentre stavo raccogliendo materiale per un articolo sulle fate – ormai completato – nel quale avevo già riportato un numero sorprendente di casi di persone che sostenevano di essere in grado di vedere queste piccole creature. Le testimonianze erano così complete e circostanziate, e sostenute da così buone referenze, da rendere difficile pensare che fossero false. Tuttavia, il mio naturale scetticismo mi suggeriva che era necessario un più scrupoloso esame; che, prima di raggiungere il pieno convincimento, dovevo essere assolutamente sicuro che non si trattasse di proiezioni mentali, evocate dall’immaginazione o dalle visioni di veggenti. La notizia delle fotografie suscitò pertanto il mio più profondo interesse, e, inseguendone le tracce da un’informatrice a un’altra, pervenni alla fine al signor Edward L. Gardner, che da allora è diventato il mio più efficiente collaboratore, cui spettano di diritto tutti gli onori. Il signor Gardner – va sottolineato – è membro del Comitato esecutivo della Società Teosofica, e celebre conferenziere in tema di occultismo.
A quel tempo egli non aveva ancora raggiunto la piena padronanza dell’intera questione, ma con gesto generoso, mise a mia disposizione tutto il materiale di cui disponeva. Avevo già visto le copie delle fotografie, ma mi sentii sollevato nell’apprendere ch’egli era in possesso dei negativi autentici, e che su di essi, e non sulle copie, due esperti fotografi, e in particolare il signor Snelling, abitante a Wealdstone (Harrow), 26 The Bridge, avevano già formulato le loro conclusioni, pronunciandosi in favore dell’autenticità delle foto. Il signor Gardner sta attualmente scrivendo la propria storia, cosicché io dirò semplicemente che, in quel periodo, egli era entrato amichevolmente in contatto diretto con la famiglia «Carpenter». Siamo costretti ad usare uno pseudonimo e a celare l’indirizzo esatto delle persone appartenenti a questa famiglia, essendo evidente che, se ne rivelassimo la vera identità, la loro esistenza verrebbe sicuramente turbata da lettere e visitatori importuni. Al tempo stesso, purché venga rispettato il loro anonimato, tali persone non solleverebbero sicuramente obiezioni di fronte a eventuali piccoli comitati di ricerca, costituiti per verificare l’autenticità dei fatti. Per il momento, dunque, la indicheremo semplicemente come la famiglia Carpenter, del villaggio di «Dalesby, West Riding».
All’incirca tre anni fa, stando alle notizie in nostro possesso, la figlia e la nipote del signor Carpenter, rispettivamente di sedici anni e di dieci anni, avevano scattato due fotografie, una d’estate e l’altra all’inizio dell’autunno. Il signor Carpenter manteneva un atteggiamento completamente agnostico nei confronti della questione, ma poiché la figlia insisteva nel sostenere che, ogniqualvolta si trovavano nel bosco, lei e la cugina erano solite vedere fate, con le quali avevano raggiunto una certa familiarità e instaurato rapporti amichevoli, aveva acconsentito alla fine a cederle la propria macchina fotografica, già munita di una lastra. Il risultato fu la foto degli elfi danzanti, che lasciò del tutto sbalordito ed esterrefatto il padre, allorché sviluppò la pellicola, quella sera stessa. La ragazzina che guarda verso la sua compagna di gioco, per segnalare che è giunto il momento di premere il pulsante, è Alice, la nipote, mentre la ragazza più adulta, che verrà ripresa, qualche mese più tardi, con l’eccentrico gnomo, è Iris, la figlia. Stando a quanto è stato riferito, quella sera le ragazze erano talmente eccitate che una di loro si introdusse nella piccola camera oscura, dove il padre stava sviluppando la foto, e, non appena vide le immagini delle fate comparire attraverso la soluzione, prese a urlare all’altra ragazza, trepidante fuori della porta: «Alice, Alice, le fate sono sulla lastra, sono sulla lastra!». Fu un vero trionfo per le ragazzine che fine a quel momento erano state prese in giro, così come il mondo incredulo ride spesso di molti bambini perché riferiscono cose che la loro squisita sensibilità ha effettivamente percepito.
Il signor Carpenter è persona che occupa una posizione di responsabilità all’interno di una fabbrica locale, e la famiglia è molto conosciuta e rispettata. Che essi posseggano una certa cultura è dimostrato dal fatto che gli approcci fatti dal signor Gardner nei loro confronti furono agevolati dalla disponibilità della signora Carpenter, seguace della dottrina teosofica, dalla quale sembra avesse ricavato un grande benessere spirituale. Ne seguì uno scambio di lettere, e tutti i loro scritti apparvero improntati a sincerità e onestà, ricolmi di un certo stupore di fronte all’eccitazione che l’intera faccenda sembrava evidentemente produrre.
Dopo il mio incontro con il signor Gardner, la questione era giunta a questo punto, ma chiaramente tutto ciò non bastava: dovevamo accostarci di più alla realtà dei fatti. I negativi furono sottoposti a vari esami. Alla Kodak, Ltd., due esperti non riuscirono a trovare alcuna pecca, ciò nonostante rifiutarono di attestarne l’autenticità, temendo qualche possibile imbroglio. Un fotoamatore di provata esperienza non volle invece accettarli per buoni a causa della sofisticata acconciatura di foggia parigina delle piccole signore fotografate. Un’altra impresa fotografica, di cui per carità tralasciamo il nome, affermò che lo sfondo era costruito da fondali di scena in uso nei teatri, e che pertanto la foto era una contraffazione del tutto priva di credibilità. Non mi restò che fare mestamente affidamento sull’incondizionato riconoscimento del signor Snelling, di cui dirò più avanti in questo articolo. Mi confortai inoltre estendendo le mie considerazioni ad una più ampia visione della situazione: se infatti le condizioni del luogo erano quelle riportate – il che ci proponevamo di verificare – allora era sicuramente impossibile che il fotoamatore di un piccolo villaggio potesse disporre dell’attrezzatura e dell’abilità necessarie per realizzare una contraffazione che i migliori esperti di Londra non riuscivano a scoprire.
Stando così le cose, il signor Gardner si offrì spontaneamente di recarsi subito sui luoghi e di relazionare dettagliatamente su ogni cosa – spedizione, questa, alla quale avrei desiderato ardentemente partecipare, se non avessi dovuto svolgere del lavoro urgente prima di partire per l’Australia. Il resoconto del signor Gardner è riportato qui di seguito:

5 Craven Road, Harlesden, N.W.10
28 Luglio 1920

Fu all’inizio di quest’anno, 1920, che appresi da un amico dell’esistenza di fotografie di fate, scattate con successo nel Nord dell’Inghilterra. Feci qualche ricerca, e riuscii a entrare in possesso di alcune copie di tali foto, fornitemi unitamente al nome e all’indirizzo delle ragazzine che si diceva avessero ripreso le fate. Ne seguì una corrispondenza di tono così genuino e promettente che chiesi in prestito i negativi originali, e, alcuni giorni dopo, mi giunsero per posta due lastre della misura di 3 1/4 X 4 1/4 pollici. Una era nitida, l’altra molto sottoesposta.
I negativi provavano senza ombra di dubbio che si trattava di fotografie del tutto eccezionali, giacché non v’era traccia alcuna di duplice esposizione: nient’altro che un lavoro corretto, onesto e normale. Mi recai in bicicletta ad Harrow per consultare un fotografo molto bravo e di provata esperienza trentennale, sull’opinione del quale sapevo di poter fare affidamento. Senza fornirgli alcuna spiegazione, gli sottoposi le lastre, chiedendogli che cosa ne pensasse. Dopo aver attentamente esaminato il negativo «delle fate», proruppe in varie esclamazioni: «E’ la cosa più straordinaria che io abbia mai visto!», «Una sola esposizione!», «Le figure in movimento!», «Perbacco, è una fotografia autentica! Da dove proviene?».
Non è quasi il caso di aggiungere che furono fatti degli ingrandimenti, sottoposti poi a rigorosi esami – senza però che il giudizio venisse minimamente modificato. La conseguenza immediata fu che da ciascun negativo venne ottenuto un nuovo «positivo», così da poter conservare accuratamente intatti quelli originali, e vennero poi apprestati e rafforzati nuovi negativi, perché fungessero da matrici per stampare altre foto. I negativi originali sono esattamente come quando sono stati ricevuti e sono rimasti in mia custodia. In breve tempo furono pronte alcune buone copie e diapositive.
Nel mese di maggio feci, tra l’altro, uso delle diapositive per illustrare una conferenza che tenni alla Mortimer Hall di Londra, suscitando un notevole interesse intorno a queste foto e alla loro storia. Circa una settimana dopo ricevetti da Sir A. Conan Doyle una lettera, nella quale mi chiedeva delle informazioni a loro riguardo, e capii che alcune voci in proposito erano a lui pervenute tramite una comune amica. Ne seguì un incontro con Sir Arthur, e il risultato fu che io acconsentii ad anticipare l’indagine che mi ero proposto di svolgere sull’origine delle foto, portandola a termine il più presto possibile, senza attendere fino a settembre, epoca in cui avrei dovuto recarmi nel Nord per altre questioni.
Ebbene, ecco che oggi, 29 luglio, sono appena rientrato a Londra da una delle escursioni più interessanti e sorprendenti che io abbia mai avuto la fortuna di fare!
Prima che io partissi, avevamo avuto il tempo di acquisire, relativamente ai negativi originali, il parere di altri fotografi di provata esperienza, e uno o due di essi si erano espressi più negativamente che favorevolmente. Nessuno era arrivato al punto di affermare esplicitamente che le foto erano contraffatte; tuttavia, furono in due ad affermare di essere in grado di produrre negativi di quel genere ricorrendo, in studio, a figurine dipinte, ecc… Sostennero anche che, nella prima foto, la ragazzina in realtà si trovava in piedi dietro un banco ricoperto di felci e muschi, che i funghi erano innaturali, che nella foto dello gnomo la mano della fanciulla non era sua, che l’ombreggiatura uniforme era di dubbia natura, e così via. Tutto ciò aveva avuto ovviamente il suo peso e benché partissi per il Nord oscillando un po’ per l’una un po’ per l’altra delle due soluzioni possibili, devo confessare che ero preparato a scoprire, dopo un’accurata indagine personale, un qualche elemento di falsità.
Al termine del lunghissimo viaggio, raggiunsi un caratteristico villaggio vecchio stile Yorkshire, trovai la casa e venni accolto con molta cordialità. La signora C. e sua figlia I. (la ragazza che nella foto gioca con lo gnomo) erano in casa ad attendere il mio arrivo, e il signor C., il padre, giunse poco dopo.
Quasi subito sgombrai il campo delle obiezioni sollevate dai fotografi allorché, circa mezz’ora dopo ebbi modo di esplorare dietro la casa un grazioso valloncello, attraversato da un piccolo ruscello, dove le ragazzine erano solite veder le fate e giocare con loro. Trovai il pendio dietro cui la fanciulla è raffigurata in piedi, priva di scarpe e di calze; i funghi erano esattamente al loro posto, come nella foto, abbastanza numerosi, di dimensioni veramente notevoli, e all’apparenza sanissimi. E la mano della ragazza? Ebbene, ella mi fece promettere ridendo che non ne avrei parlato molto, giacché era troppo, troppo lunga! Mi soffermai sul luogo ritratto dalle foto, e ne identificai, con estrema facilità, ogni più piccolo tratto. Quindi, nel raccogliere tutte le notizie possibili relative alla questione, radunai le seguenti osservazioni, che, per amore di concisione, annoto qui sotto:

  • Macchina fotografica usata: «Midg», con lastre di 3 1/4 X 4 1/4 pollici.
  • Negativi: Imperial Rapid.
  • Foto delle fate: luglio 1917. Giornata splendida, calda e soleggiata. Ore: 15 pomeridiane, all’incirca. Distanza un metro e venti. Tempo: 1/50 di secondo.
  • Foto dello gnomo: settembre 1917. Giornata luminosa, ma non come la precedente. Ora: 16 pomeridiane, all’incirca. Distanza: due metri e mezzo. Tempo: 1/50 di secondo.
  • A quei tempi I. aveva 16 anni, sua cugina A. dieci. Erano state scattate altre foto, ma si erano rivelate dei parziali insuccessi, e le lastre non erano state conservate.
  • Colori: Verde, rosa, malva pallidissimi. Molto più sulle ali che non sui corpi, i quali appaiono molto chiari, tendenti al bianco. lo gnomo è raffigurato come se indossasse una calzamaglia nera, una giacchetta color bruno rossiccio e un cappello rosso, a punta. Sta agitando con la mano sinistra i suoi zufoli, e A. lo ha colto proprio nel momento in cui sta per avvicinarsi al ginocchio di I.

A., la cugina, si trovava in visita presso la famiglia C. e se ne andò qualche tempo dopo. I. afferma che è necessario, per «scattare le foto», che esse siano insieme. Per fortuna si ritroveranno fra poche settimane, e mi hanno promesso che tenteranno di ottenere qualcosa di più e di meglio. I. ha aggiunto che sarebbe molto felice di potermi inviare le foto di una fata mentre si leva in volo.
La testimonianza del signor C. è stata chiara e dicisiva. La figlia l’aveva più volte supplicato di permetterle di utilizzare la macchina fotografica. Sulle prime, egli aveva sollevato delle obiezioni, ma, alla fine, un sabato dopo pranzo aveva inserito una lastra nella Midg, affidandola quindi alle ragazzine. In meno di un’ora esse erano già di ritorno, e l’avevano implorato di sviluppare subito la lastra, avendo I. «scattato una foto». Egli volle accontentarle e ottenne così lo stupefacente risultato della foto su cui compaiono le fate!
La signora C. afferma di ricordare molto bene che le ragazzine si assentarono per poco tempo da casa, prima di riportare la macchina fotografica.
Per quanto straordinarie e sorprendenti possano apparire tali fotografie, non possono dichiararmi che completamente convinto della loro assoluta autenticità, e invero lo sarebbe chiunque avesse la possibilità di ottenere, come me, la stessa testimonianza, da cui traspaiono onestà e semplicità. Di mio, non voglio aggiungere spiegazioni o esporre teorie a favore delle foto, tendenti ad avvalorare l’esistenza di esseri eterici, anche se ne appare evidente la necessità, trattandosi di due persone comuni, e per di più ragazzine. Preferisco quindi lasciare che la mia precedente esposizione si presenti come un conciso resoconto, senza aggiunte di sorta, della mia presa di contatto con gli avvenimenti narrati.
Ritengo però di dover aggiungere che la famiglia non ha mai posto in atto alcun tentativo per rendere pubbliche queste foto; che qualsiasi iniziativa localmente presa in quella direzione non è stata sollecitata da nessuno di loro; che essi non hanno mai ricevuto ricompense in denaro.

Edward L. Gardner

Per parte mia, posso aggiungere alla relazione del signor Dardner, come nota a piè di pagina, che nel corso del loro colloquio la ragazzina lo informò di non aver nessun tipo di potere sul comportamento delle fate, e che il modo di «evocarle secondo un preciso rituale», così come lo definiva, consisteva nello stare seduta in modo passivo, con la mente quietamente rivolta verso di loro. Poi, quando un’indistinta animazione o certi movimenti a distanza annunciavano la presenza delle fate, ella le chiamava con dei cenni, facendo loro capire che erano le benvenute. E’ stata Iris a far notare gli zufoli dello gnomo, che noi avevamo entrambi scambiati per i margini estremi dell’ala inferiore, simile a quella di una falena. Ella ha inoltre riferito che, se non ci fossero stati troppi fruscii nel bosco, sarebbe stato possibile udire il suono molto lieve, ma acuto, degli zufoli. Alle obiezioni avanzate dai fotografi, secondo cui le figure delle fate proiettano ombre completamente diverse da quelle degli esseri umani, risponderemo che l’ectoplasma, come è stato chiamato il protoplasma eterico, possiede di per sé una pallida luminosità che può alterare notevolmente la consistenza delle ombre.
Permettetemi di confrontare la chiarissima e del tutto probante (almeno per me) relazione del signor Gardner con le precise parole che il signor Snelling, l’esperto di fotografia, ci consente di usare. Il signor Snelling ha dimostrato una grande forza d’animo, e reso un cospicuo servizio agli studi spiritistici, seguendo una linea di condotta decisa e mettendo sulla bilancia la propria reputazione professionale e di esperto. Egli ha avuto per più di trent’anni rapporti di vario genere con la Società di Autotipia e con un grande stabilimento fotografico della Illingworth Company, ed ha egli stesso fatto buone cose, realizzando in studio lavori di ogni tipo, sia naturali che costruiti. Sorride alla sola idea che un qualsiasi esperto inglese di fotografia possa riuscire a ingannarlo con una fotografia contraffatta. «Questi due negativi», egli afferma, «sono assolutamente autentici, le foto non sono contraffatte, l’esposizione è una sola, il lavoro è eseguito all’aria aperta, ritrae le figure delle fate in movimento, e non esiste traccia alcuna del ricorso, in studio, a figure in cartoncino o carta, a sfondi scuri, a figure dipinte, e ad altri artifici. Secondo la mia opinione, le foto, senza alcun dubbio, non sono state manomesse.»
Possediamo anche un secondo parere imparziale, basato su una vasta esperienza pratica in materia di fotografia, ed è ugualmente inequivocabile riguardo all’autenticità delle fotografie.
L’avvenimento che ci interessa è confortato dalle foto dei luoghi che quel critico assai poco favorevole ha giudicato costruite con materiali di scena teatrali. Siamo riusciti a conoscere a fondo quel bel tipo di critico nel corso di tutto il nostro lavoro sullo spiritismo, anche se non sempre è possibile dimostrare immediatamente agli altri l’assurdità delle sue affermazioni.
Esporrò ora alcune mie osservazioni sulle due fotografie che ho esaminato a lungo e scrupolosamente con una lente molto potente.
Una prima circostanza interessante è la presenza, in ciascuna foto, di uno zufolo a due canne, dello stesso tipo che gli antichi attribuivano in uso a fauni e naiadi. Ma perché degli zufoli, e non qualcos’altro? Non potrebbe trattarsi di utensili o strumenti necessari alla vita di questi esseri? Il loro abbigliamento appare abbastanza appropriato. Sono dell’opinione che questo popolo extraumano sia destinato a diventare concreto e reale, esattamente quanto gli eschimesi, grazie a una più profonda conoscenza ed a nuovi mezzi visivi. lo zufolo delle fate ha un margine decorato, il che dimostra che l’eleganza dell’arte non è loro sconosciuta. E quale gioia traspare dal completo abbandono delle loro piccole e leggiadre figure, allorché si lasciano trascinare dalla danza! Potranno avere come noi malumori e scontentezze, ciò nonostante, in questa manifestazione della loro vita, dimostrano in modo evidente una grande gioia.
Una seconda osservazione generale riguarda il fatto che le fate appaiono come una commistione di esseri umani e di farfalle, mentre lo gnomo assomigli di più a una falena. Tutto ciò può anche essere semplicemente dovuto a sottoesposizione del negativo e ad una certa foschia atmosferica. Forse il piccolo gnomo appartiene effettivamente alla stessa specie, ma rappresenta l’equivalente di un uomo anziano, mentre le fate giocano e scherzano con le giovani donne. La maggior parte di coloro che hanno osservato e studiato la vita delle fate ha tuttavia riferito che esistono specie distinte, decisamente dissimili per dimensioni, aspetto e località in cui vivono – le fate dei boschi, le fate dell’acqua, le fate delle pianure ecc.
Possono essere proiezioni mentali? Favorisce questa tesi la circostanza ch’esse appaiono del tutto simili all’idea che convenzionalmente abbiamo delle fate. Eppure, se si muovono con tanta rapidità, se sono fornite di strumenti musicali e via dicendo, ecco che diventa impossibile parlare di «proiezioni mentali», una definizione che evoca qualche cosa di vago e di inconsistente. Potremmo allora affermare che, in un certo senso, noi tutti siamo proiezioni mentali, dal momento che possiamo essere percepiti soltanto attraverso i sensi; ma sembrerebbe invece che queste piccole creature, analogamente a noi, possiedano un’effettiva consistenza, anche se le loro vibrazioni dimostrerebbero di essere di natura tanto particolare da rendere necessarie, per riuscire a registrarle, facoltà medianiche o una lastra impressionabile. Può anche essere accaduto che le fate siano state effettivamente viste da persone di ogni generazione nel loro aspetto convenzionale, e che di conseguenza se ne sia conservata e tramandata qualche corretta descrizione.
C’è un punto nell’indagine di Gardner che merita di essere menzionato. Eravamo venuti a conoscenza del fatto che Iris sapeva disegnare, e che una volta aveva effettivamente eseguito alcuni disegni per un gioielliere. Questa circostanza suggeriva naturalmente un’estrema prudenza, anche se io ritengo che l’indole schietta della fanciulla sia garanzia sufficiente per coloro che la conoscono. Tuttavia, il signor Gardner ha personalmente verificato l’attitudine della ragazza per il disegno e ha appurato che, mentre riusciva molto abilmente ad abbozzare paesaggi, al contrario, nel tentativo di riprodurre le figure delle fate, ritraendole così come le aveva viste, queste risultavano completamente prive di ispirazione, e non presentavano la benché minima somiglianza con quelle riprese nelle foto. Un altro punto da far rilevare al critico esigente, munito di una forte lente d’ingrandimento, è il seguente: quel volto che sembra in apparenza tracciato a matita, di fianco alla figura sulla destra, è in realtà, e senza dubbio alcuno, unicamente la ciocca estrema dei suoi capelli, e non, come potrebbe sembrare, il disegno di un profilo.
Devo confessare che, dopo mesi di riflessioni, sono incapace di cogliere la reale ed effettiva portata di questo avvenimento. Tuttavia, un paio di conclusioni appaiono ovvie: le esperienze delle ragazzine saranno considerate più seriamente e le macchine fotografiche saranno di nuovo pronte a scattare. Avremo così altri casi, di cui sarà provata inoppugnabilmente l’autenticità. Questo piccolo popolo di elfi e fate, che pare viva vicino a noi, e da noi separato soltanto da qualche piccola differenza di vibrazioni, ci diventerà presto familiare. Il solo pensiero che essi siano lì, anche quando non sono visibili, aggiungerà fascino ad ogni ruscello, ad ogni valloncello, e colorirà di romantica attesa ogni passeggiata fra i campi. Il riconoscimento della loro esistenza sbalzerà nel fango, fuori dai suoi pesanti solchi, la mente materialistica del ventesimo secolo, costringendola ad ammettere che nella vita esistono anche fascino e mistero. Con questa scoperta, il mondo non avrà troppa difficoltà ad accettare quel messaggio spirituale che, sostenuto da tante prove reali, gli è già stato messo davanti in un modo tanto convincente. Io prevedo tutto questo, ma potrebbe anche accadere molto di più. Quando Colombo si inginocchiò in preghiera sulle coste dell’America, quale occhio profetico era in grado di prevedere tutto ciò che il nuovo continente avrebbe potuto rappresentare di determinante per i destini del mondo? Sembra che anche noi ci troviamo sui margini di un nuovo continente, dal quale non ci separano oceani, ma soltanto esili e superabili confini medianici. Considero con un certo timore tale prospettiva: queste piccole creature potrebbero soffrire a causa di tale contatto e dei novelli Las Casas lamentare la loro rovina! Se così fosse, ben funesto sarebbe il giorno in cui il mondo riuscisse ad accertare definitivamente la loro esistenza! Tuttavia, le vicende umane sono rette da una mano imperscrutabile, e noi non possiamo fare altro che aver fiducia e procedere in avanti.

A.C. Doyle

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