Unicorno, il simbolo della purezza

Sono state molte le sembianze assunte da quest’animale nel passare dei secoli. La forma attuale, quella di candido cavallo dal mento barbuto e dagli zoccoli bifidi e dotato di un corno in fronte, si è consolidato attorno al XII o XIII Secolo d.C..
L’origine è orientale, in una regione fra l’India e la Cina, dove era chiamato K’i-lin. Quest’animale faceva parte delle quattro Bestie sacre citate nel Li-ki, insieme alla Fenice, alla Tartaruga e al Drago.
La sua raffigurazione in origine era di un grosso cervo dotato di coda bovina, zoccoli di cavallo, un singolo corno minaccioso, peli del dorso di cinque colori mentre quelli del ventre sono gialli. Nel Li-Ki, un antico memoriale di riti magici, si racconta che è possibile vedere un unicorno solamente in occasione della nascita di un perfetto sovrano.
Altri aspetti che ha avuto nel corso dei secoli sono stati quello di un capro, di un coniglio e di una lepre, ma la sua valenza benefica non è mai mutata: aveva notevoli poteri terapeutici, virtù afrodisiache e addirittura lo si credeva in grado di neutralizzare i veleni nelle pietanze.
Il primo a parlare di quest’essere in Occidente fu Ctesia, un medico viaggiatore e storico persiano vissuto alla corte di Artaserse nel VI secolo a.C. che lo citava in una sua opera, dove trattava delle meraviglie dell’India. Probabilmente la legenda nacque dall’incontro con un rinoceronte, animale sconosciuto in Occidente e già conosciuto, nelle leggende locali, come un animale dalle stesse proprietà dell’Unicorno.
Chi non può essere confuso con quest’animale è Eliano, naturalista greco del III d.C. che conosceva già bene il rinoceronte. Costui parla di: ”Un animale che viveva all’interno dell’India, che era grande come un cavallo, di pelo rossiccio e che gli indigeni chiamavano Kartazonos. Aveva un corno sulla testa, nero e dotato di anelli; era scontroso e lottava anche con le femmine della sua specie, salvo nel periodo degli amori”. Da qui cominciò la caccia all’animale che più gli somigliava, in cerca di fortuna e gloria.
Nel XII secolo ci fu la massima caccia a quest’animale, ed esso divenne addirittura simbolo di alcuni stemmi reali, sinonimo di purezza, virtù e saggezza. Nel Medioevo, invece, diventa simbolo del male, la sua ferocia è tale che risulta impossibile a chiunque poterlo catturare, tranne che a una fanciulla vergine, utilizzata per poterlo catturare. L’Unicorno le si avvicinava, s’inginocchiava e le posava la testa in grembo. Solo allora, completamente ammansito dalla purezza della giovane, la seguiva ovunque lei andasse.
Di quest’aspetto diabolico ne parla san Basilio nel libro Libellus de natura animalium, dicendo: ”L’alicornus indica il Diavolo, in quanto così terribile e malvagio da non poter essere catturato se non dalla purezza della vergine, cioè dalle buone opere e dalla virtù”.

Ma accanto a questa valenza, esso continua a ispirare scrittori, pittori e musicisti, come simbolo di candore, virtù e coraggio, divenendo di particolare importanza anche in Alchimia. Infatti, nel libro Nozze Alchemiche del fondatore dei Rosacroce, Christian Rosenkreutz (1459), si legge di una scena piuttosto cruenta dove dei malvagi vengono eliminati a seconda delle loro colpe; alla fine di tutto questo accanto a una fonte compare l’Unicorno: ”Terminate le esecuzioni, vi furono cinque minuti di silenzio, dopo di ché apparve un bellissimo Unicorno, bianco come la neve”. Esso compare quando l’io si è spogliato della parte dolorosa del proprio inconscio, simbolizzata dall’esecuzione iniziale.
Si può dire, senza paura di esagerare, che chiunque nel Medioevo avesse avanzato dubbi sull’esistenza di tale creatura sarebbe stato tacciato di malafede, ignoranza ed eresia. Le fonti che ne confermavano la presenza erano tante e tali da non poter essere messe in discussione. La diffusione di questa leggenda aveva seguito diverse strade: la prima è quella che parte da Ctesia, passando ad Aristotele e a Plinio; la seconda è quella che fa riferimento al bestiario greco Phisiologus, del II secolo d.C.
La Bibbia stessa poi, benché non ne riportasse una descrizione, menzionava ben sette volte l’Unicorno, poiché gli ignoti traduttori della versione alessandrina del III secolo d.C. ne identificarono così il Re’em presente nei testi sacri.
La lunghezza del corno continuò a crescere, fino a raggiungere quasi la lunghezza del suo stesso corpo in un arazzo realizzato tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento d.C.
Unicorno

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