[Articolo] Esplorazione nella fiaba

di Luana Benini
(articolo apparso nella rivista dei Cemea italiani “Insieme” nella prima metà degli anni ottanta)

Attraverso il discorso filogenetico di Propp e quello ontogenetico di Bettelheim nuove prospettive si aprono per l’uso didattico della fiaba.
Quando pensiamo alle fiabe, soggetti come siamo da lungo tempo al condizionamento inflittoci dall’editoria, siamo spesso portati a considerare in blocco tutti quei racconti per bambini costruiti sulla base di un comune motivo fantastico, magico, irreale.
Operiamo cioè, solitamente, due mistificazioni congiunte intendendo la fiaba come racconto finalizzato all’ascolto da parte del bambino e come genere che raccoglie tutte le storie ambientate fuori di un tempo e di uno spazio reali.
Anche i giudizi critici espressi sulla fiaba generalmente non hanno tenuto conto di questo equivoco di fondo assimilando i “racconti di fate” sotto la dizione vaga e generica di letture per l’infanzia. A partire dal secondo dopo guerra in tutti i paesi industrializzati dell’occidente si è costituito un vero e proprio “movimento anti fiaba” che ha raccolto non pochi adepti tra genitori e educatori e che ha raggiunto la sua massima diffusione negli anni ’60.
La fiaba si è trovata così al centro di una bufera di rifiuti sdegnosi motivati da ragioni di carattere psicologico-affettivo e ideologico sociale.
Le prime censure, quelle ad es. prevalenti nel del testo del Brauner “Nos livres d’enfants ont menti” (Vallon, Parigi, 1951), si appuntavano contro il non realismo della fiaba: non si può dare in pasto all’infanzia, si diceva, una simile congerie di inutili falsità che finiscono per tessere una cortina di fantasticherie davanti alla realtà, esercitando un potere coercitivo sul libero sviluppo delle capacità razionali del bambino; il mondo è difficile e complicato, e il bambino deve tenere gli occhi bene aperti sui problemi che lo circondano, affrontare con disponibilità la faticosa interazione con la società dei grandi senza essere intrappolato tra gli incantesimi di un tempo e di uno spazio suoi propri.
Si pensava ad un bambino che doveva crescere in fretta, senza troppi pannicelli caldi, e si temeva al contempo l’atteggiamento sadico di chi, sotto le vesti di pedagogista sui generis, aveva agitato in passato, e continuava a farlo anche al momento presente, lo spauracchio dell’orco e delle streghe, per insegnare all’infanzia le buone maniere e la sottomissione a certi modelli di comportamento.
Gli orchi, i lupi, le streghe, che popolavano insieme a folletti, cavalli alati, fate, principi e principesse quel mondo meraviglioso, dovevano finirla dunque di spaventare i bambini, di costringerli ad una forte tensione psicologica, di provocare inutili angosce con tutte le loro vicende truculente ed assurde.
“Se non stai buono chiamo l’orco”, “mangia che altrimenti arriva il lupo” (oppure il babau, la vecchia, ecc). Chi di noi non ha sentito almeno una volta qualche adulto pronunciare una frase simile? E non c’è dubbio che il tanto temuto lupo (o orco, o vecchia) era immediatamente riconducibile a certi tipici personaggi del mondo delle fiabe, così vicino a quello del bambino, da essere percepito come qualcosa di profondamente vero.
Strada facendo, si sono ridotte numericamente le schiere dei sadici maestri della disciplina e del giusto comportamento, dei cultori di ricette pedagogiche fondate sul ricatto e sul terrorismo psicologico, anche per la maggiore attenzione dedicata a livello di massa ai problemi della crescita e dello sviluppo.
Alle vecchie motivazioni di rifiuto se ne sono aggiunte allora altre più legate alle ricerche sulla creatività infantile, e dirette, questa volta, alla struttura della fiaba, alla povertà dei motivi e degli intrecci narrativi che, in quanto fondati su stereotipi fissi, finirebbero per bloccare lo sviluppo creativo del bambino.
Ma c’è tutto un altro contingente di critiche, ben più agguerrite, che hanno segnato la fase più acuta e radicale della messa al bando della fiaba negli anni ’60 (1). Queste critiche sono rivolte ai valori conservatori dei quali la fiaba si farebbe portatrice: “raccontare” significherebbe una cosa sola: tramandare. E che cosa si tramanda se non i valori? Tutto questo inserito in una congiuntura politico-culturale che vede il movimento teso alla ricerca e alla formulazione, anche teorica, di nuovi valori, in risposta a bisogni emergenti come “nuovi” (2). I valori contestati riguardano il ruolo della donna, la bellezza, il potere, i rapporti e le figure sociali, la forza fisica, la felicità nel matrimonio, ecc. e non possono trovare posto in una educazione che si vuole alternativa, proprio perché si configurano come i capisaldi della vecchia educazione fondata sull’autoritarismo, sul consenso incondizionato agli schemi sociali imposti dall’egemonia borghese.
Di qui la frenetica attività di riscrittura e scombinamento delle fiabe tradizionali e la proposta di storie alternative, come quelle prodotte ad es. dal movimento femminista, fra le quali ve ne sono alcune molto indovinate e che hanno trovato favorevole accoglienza fra i bambini, ma ve ne sono molte di mediocri.
Non è questa la sede per analizzare o valutare approfonditamente tali lavori, tuttavia non convince troppo la facilità con la quale si accettano o si respingono in toto.
C’è da dire altre sì che molte di queste pubblicazioni originate dalla spinta al capovolgimento dei valori “tradizionali” hanno un carattere fortemente ideologico: ma i loro messaggi non possono essere compresi dai bambini se non si accompagnano a modelli reali di comportamento diversi da quelli tradizionali nell’ambito della famiglia e dell’ambiente che li circonda. Come dice Rodari: “non si può fare prima il messaggio e poi la storia: fai la storia e poi questa darà il suo messaggio se ce l’ha.” (3).

Non fare di ogni erba un fascio

Per procedere con ordine bisogna in primo luogo considerare quella parte di critiche non consapevoli e fondate sull’ignoranza sostanziale dell’oggetto in questione: la fiaba; quelle critiche che, come accennavamo all’inizio, fanno d’ogni erba un fascio e non si rivolgono specificamente alla fiaba tradizionale ma a quella massa di prodotti che l’industria editoriale ha diffuso e imposto come letteratura per l’infanzia.
Bisogna aver ben chiaro, come sintetizzano gli autori delle due fortunate raccolte di fiabe “Fiabe sul potere” e “Fiabe sui ruoli sessuali”, che “la fiaba può uscire levigata in forma inconsapevole di genere letterario (Perrault) o ricircolare allo stato grezzo per la costituzione di una sorta di monumento nazionale (Grimm nelle intenzioni) oppure piegarsi alla prosa di un discorso esplicitamente pedagogico (Tolstoj) o alla poesia delle nevrosi private (Andersen); può ritornare alla fonte come letteratura (Calvino) o passare infine tra gli ingranaggi di una produzione in serie con relativo processo di sterilizzazione e di adulteramento (Disney e soprattutto gli innumerevoli sottoprodotti di diversa origine che affollano le cartolerie: è ad essi che in genere si fa riferimento quando si parla superficialmente di fiabe)” (4).
Questo per dire che spesso i detrattori delle fiabe non le conoscono realmente, ne ignorano l’origine, la storia, l’uso che dei loro contenuti è stato fatto nelle varie epoche storiche, i diversi modi in cui sono state di volta in volta riprese e fatte circolare.
Il mercato ha sempre funzionato da filtro intervenendo sul testo integrale con purghe più o meno sostanziose e sul testo già ridotto per ragazzi, con correzioni varie e con modifiche vere e proprie al fine di adattare i vari motivi ai messaggi che si volevano confezionare. Anche la moda della riscrittura integrale, d’altra parte, presupponendo una precoce maturità” del bambino, ha banalizzato spesso e volentieri le fiabe classiche; ambientandole nei suburbi residenziali, fra le automobili e le lotte per il verde, le ha rese – come spiega a più riprese anche Faeti in “Letteratura per l’infanzia” (5) – davvero inibenti, ammonitrici, didascaliche, sotto la maschera della modernità del linguaggio e dell’attualità dei temi.
Certo, la fiaba è quanto di più ambivalente si conosca nelle forme di trasmissione orale ed è stata soggetta oltre che a valorizzazioni di segno diverso in funzione didascalica, anche a sostanziali modificazioni e stratificazioni successive: è difficile scoprire sotto la quantità enorme di varianti il testo più vicino alla primitiva stesura; e poi non è neppure il caso di impostare una ricerca di tal genere, come sostiene il Propp che tra i primi si è avvicinato al mare magnum del materiale fiabesco con un metodo di indagine di tipo etnologico, aprendo nuove prospettive di studio e spianando la strada a quella rivalutazione in senso positivo della fiaba che si è avuta soprattutto nell’ultimo decennio (6).
La ricerca del Propp si incentra sui racconti di fate, che lui distingue dal resto delle fiabe: si tratta di quelle narrazioni favolistiche denominate “Zaubermárchen” nell’indice internazionale di “tipi” stabilito da Antti Aarne nel 1910 e poi “Tales of magic” nella traduzione ampliata che dell’indice di Aarne fece Stith Thompson nel 1928 (7) e nel 1961. In questo gruppo di storie, spesso non ci sono fate né magia; i criteri del raggruppamento risiedono invece nella “costanza delle relazioni di consequenzialità che vi si stabiliscono tra azioni e motivi anche molto diversi fra loro ma svolgenti identici ruoli lungo l’asse del racconto” (8). C’è un asse compositivo fisso che sta alla base di molti e svariati soggetti il cui insieme costituisce questa categoria di fiabe. Ragion per cui, essendo un “tutto” il racconto di fiabe, tutti i suoi soggetti sono legati e si condizionano a vicenda: nessun soggetto e nessun motivo può essere studiato prescindendo dalle sue relazioni con il tutto. Questi i presupposti del lavoro del Propp.
Nella sua opera “Morfologia della fiaba” del 1928 il Propp aveva cercato di identificare gli elementi costanti e le regole fisse delle fiabe di magia con uno studio interno alla costituzione dei testi, nelle “Radici storiche dei racconti di fate” del 1946 passa dallo studio morfologico a quello genetico assumendo la prospettiva marxista di indagine nello studio del rapporto fra i testi e del contesto storico nel quale essi si sono prodotti. Scopre così che molti dei motivi fiabeschi risalgono a diversi istituti sociali, a riti e miti primitivi, quali il rito dell’iniziazione (che è la base più antica dei racconti di fate) e le “rappresentazioni della morte”. La somma dei motivi attribuibili a questi due “cicli” fornisce già quasi tutti gli addendi fondamentali dei racconti di fate. C’è poi il problema della stratificazione successiva (le trasposizioni di senso, le deformazioni delle figure, l’arricchimento dei motivi) nella linea evolutiva della fiaba, ma gli elementi basilari risalgono a fenomeni e rappresentazioni tipiche della società precedente le caste.
La fiaba comincia laddove finisce il racconto sacro e laddove il soggetto sacro, profanato, si trasforma in profano, “non esoterico”, artistico. Il processo è dal basso verso l’alto e gli elementi del folclore divengono gradatamente patrimonio della classe dominante.
Si può comprendere facilmente come per molto tempo il Propp sia stato sottovalutato: il Croce lo liquidò rapidamente insieme a tutta una vasta schiera di studiosi del settore come il Comparetti, il Pitré e gli stessi Grimm, in base al fatto che – sosteneva Croce – ogni tentativo di ricerca storico-genetica della fiaba è di per sé insensato se si applicano, come dovuto, alla fiaba le stesse regole valide per ogni opera di poesia (“che è l’infinito mare dell’essere. E chi può dire quale parte di essa è storica e quale no, quando tutto è passato attraverso il sentimento e la fantasia ed è divenuto fantastico e poetico? (9)”.
Oggi l’interesse di “Radici storiche” sta proprio nella prospettiva di metodo di ricerca proposto da Propp che rifiutando il taglio dei folkloristi (10) ancorati ai singoli nazionalismi, parte dal legame esistente tra la fiaba e i fenomeni etnologici di vita dei popoli.
Vi sono riti o usanze che scaturiscono dalla struttura economica e sociale di un dato popolo in una data fase del suo sviluppo (spiega Propp in “Edipo alla luce del folklore” (11) ); certi motivi in essi contenuti possono entrare a far parte di un racconto “sacro” che, se si accorda con la fede dominante può essere chiamato mito, se non si accorda con la fede dominante, saga; nel caso che i racconti divergano dalla fede dominante ma non si accordino nemmeno con quello delle altre classi, e restino, come fenomeno vivo, propri di quella parte di popolazione che si occupa di agricoltura, si hanno le fiabe (per le quali non c’è corrispondenza diretta con la base produttiva).
Vi sono dunque diverse funzioni storicamente possibili di uno stesso motivo che sono accertabili solo a patto di superare un ostacolo preciso: l’assenza di una “periodizzazione precisa delle formazioni precapitalistiche e in particolare della società anteriore alla divisione in classi” (12). In questa direzione si muove Propp registrando ogni motivo trattato non secondo la sua diffusione territoriale e le sue varianti, ma secondo gli stadi dello sviluppo socioeconomico, dalla società pretribale e tribale, attraverso lo stadio dell’economia di caccia, raccolta e vita nomade, e quello di economia semisedentaria di agricoltura e di allevamento; fino alla nascita della proprietà privata della terra che porta al regime fondato sulla schiavitù e allo sviluppo dei modelli capitalistici. Lo svolgersi di uno stesso motivo attraverso le varie fasi storiche comporta un oscuramento e una deformazione del motivo stesso in base a processi mentali difficilmente individuabili; man mano che storicamente si creano nuove forme di rapporti sociali e nuove forze sociali, ciò che è vecchio non muore subito e non sempre è sostituito dal nuovo in modo immediato e meccanico, bensì coesiste a lungo con il nuovo dando origine a “associazioni di carattere ibrido che non sono possibili né nella natura né nella storia . così il cavallo alato è l’unione di un uccello e di un cavallo, unione nata grazie al fatto che la funzione culturale dell’uccello passò da questo al cavallo dopo l’addomesticamento del cavallo” (13).
Così il motivo del matrimonio incestuoso (o del tentativo di unione, presente in alcune favole come ad es. “Pelle d’asino” fra il re e la principessa sua figlia), è una traslazione fantastica di problemi reali legati alla conservazione del patrimonio e ad interessi statali e dinastici. Il Propp offre insomma una chiave storico- genetica per l’interpretazione di certi motivi e di certi personaggi della fiaba ma lascia trasparire un fondo di incertezza nella ricostruzione, dovuto alla necessaria restrizione del suo campo di indagine a un numero limitato di paesi (mentre l’internazionalità dei motivi e della loro trasmigrazione presupporrebbe una base di studio molto più ampia). Lo stesso Calvino che ha condotto un enorme lavoro di raccolta e trascrizione di fiabe (14) ne ha sottolineato la scarsa scientificità. Sebbene svolto su materiale già in parte pubblicato in libri e riviste specializzate (soprattutto le raccolte del Pitré, del Nerucci, del Bernoni) (15) il lavoro di Calvino può essere definito analogo a quello dei fratelli Grimm, che tuttavia hanno lavorato molto di testa loro non solo traducendo dai vari dialetti ma integrando varianti, scegliendo versioni dei diversi motivi e riverniciando il tutto con uno stile unitario.
Un lavoro scientifico che voglia approdare ad una definizione dell’origine territoriale di ogni fiaba non ha molto senso (in questo Calvino concorda con il Propp) dal momento che l’origine, come abbiamo visto, risale ad una antichità non solo preistorica, ma anche pregeografica.

I tempi delle raccolte classiche

Prescindendo dal problema della data e del luogo di nascita della fiaba non si può tuttavia trascurare l’importanza della vitalità che essa ha avuto in ogni epoca storica, senza distinzione di età. Bisogna altre sì tener presente la forte impronta medioevale da una parte, tramite l’osmosi con l’epopea cavalleresca (istituzioni, etica, fantasia feudal cavalleresca) e la fusione con “l’onda di suggestioni e trasfigurazioni di origine orientale” dall’altra (16).
Questi due passaggi sono chiaramente rintracciabili nel corpus di fiabe che costituisce le grandi raccolte classiche.
Un discorso a parte va fatto per le fiabe dei fratelli Grimm che sono quelle più conosciute e diffuse in Italia e contro le quali si appuntano gli strali di Iring Fetscher in un libro pubblicato nel ’74 “Chi ha svegliato la bella addormentata?” (17) . Il Fetscher è un particolare tipo di detrattore delle fiabe: la sua critica non si rivolge contro la fiaba in sé della quale sono rivalutati tutta una serie di contenuti “positivi” ma contro quella che lui chiama la “riscrittura” dei Grimm. Poiché le fiabe, dice Fetscher, sono prodotti popolari, si può dedurre che esse esprimono anche gli interessi economici della gente semplice “.nella fiaba spesso l’astuzia dei deboli vince sulla forza dei potenti, nella saga dominano potenze demoniache, il cui agire nessuno può penetrare o comprendere; nella fiaba trovano posto saggezza e intelligenza pratica; le fiabe sono smitizzanti. l’indole romantica dei raccoglitori di fiabe (.) ha spesso oscurato nei colori foschi della saga il carattere razionale ed emancipatore delle fiabe. (18).
Non è da sottovalutare la sua pervicace ricerca per sostenere (non senza evidenti forzature) che nelle fiabe trascritte dai Grimm sono riversate le aspirazioni della prima borghesia, del primo capitalismo piccolo borghese, e sono riflessi avvenimenti reazionari, addirittura di tipo “prefascista”.
Sulla base di questa analisi il Fetscher riscrive dunque le fiabe cercando o inventando delle varianti (più o meno documentate storicamente) che trasformano completamente il significato e l’ambientazione delle storie stesse.
Quello che il Fetscher denuncia è l’uso che della fiaba i Grimm hanno fatto, e risponde con la riscrittura per dimostrare la positività del materiale fiabistico antecedente a quest’opera macchinosa di ricostruzione.
Ma al di là dei giudizi sulle stratificazioni successive e sull’attendibilità di questa o quella versione delle fiabe, c’è da dire che il corpus di fiabe tradizionali che abbiamo è quello delle grandi raccolte classiche ed a questo fa riferimento il Bettelheim nel suo ormai famoso libro “Il mondo incantato” (19) grazie al quale vi è stato un grande rilancio della fiaba negli ultimi anni.
Bettelheim si dichiara profondamente insoddisfatto di gran parte della letteratura che si ripropone di sviluppare la mente e la personalità del bambino. La letteratura per , dice il Bettelheim, serve a divertire o informare ma non stimola l’immaginazione del bambino, non lo aiuta a sviluppare le sue capacità razionali chiarendogli contemporaneamente l’origine delle sue emozioni, delle sue ansie, delle sue incertezze e aspirazioni. Le fiabe, proprio in quanto rappresentano “il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo o una donna, soprattutto per la parte di vita che è il farsi di un destino, la giovinezza, dalla nascita che sovente porta con sé un auspicio o una condanna, al distacco da casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano” (20) hanno una funzione terapeutica, aiutano il bambino a trovare la soluzione ai suoi conflitti interiori. La fiaba racconterebbe dunque l’avventura del crescere, del diventare adulti e in questo sarebbe profondamente ancorata a quei riti iniziatici che ne hanno rappresentato l’origine. Le intuizioni profonde radicate in quei miti lontanissimi nel tempo che in ogni epoca storica hanno potuto essere comunicate attraverso le forme fantastiche e il linguaggio della fiaba avrebbero ancora molto da dire all’inconscio infantile apportando “contributi psicologici così grandi e positivi alla crescita interiore del bambino”… (21). Il discorso filogenetico del Propp si traduce in quello ontogenetico: le forme che costituiscono l’espressione delle società preletterarie nella loro evoluzione storica si rispecchiano e trovano ancora un significato nel farsi del singolo individuo.
Proprio perché derivano da un “contenuto comune conscio e inconscio, plasmato però dalla mente conscia” (22) che rappresenta il consenso di molti sui problemi considerati universali e sulla soluzione da dare loro, la fiaba può essere definita “un dono d’amore” per il bambino. Essa rassicura, infonde speranza nel futuro, suggerisce che sempre il protagonista arriverà in porto anche se deve superare prove difficili: lasciare i genitori, perdersi nel bosco, combattere contro i mostri e le streghe; convince il bambino che alla fine potrà vincere quella battaglia che egli deve combattere contro sé stesso per comprendere e affermare la sua personalità.
Dilemmi edipici, delusioni narcisistiche, rivalità fraterne, ed altri conflitti interiori non sono razionalmente comprensibili per i bambini. Come le loro paure irrealistiche richiedono speranze irrealistiche così tutte le loro pressioni inconsce possono essere liberate e chiarite da elementi narrativi che vivono in consonanza con il modo di percepire la realtà.
Questo rapidamente il messaggio del Bettelheim.
Certo che non tutte le storie contenute in un libro di fiabe possono essere utilizzate a scopo terapeutico, vi sono fiabe e fiabe, come abbiamo visto, vi sono quelle semplificate che non hanno certo valore a questo fine, vi sono quelle prive di qualsiasi senso psicologico. E allora subentra l’intuito del narratore, la sua capacità di comprendere il messaggio e i molti livelli di significato che certe fiabe possono offrire, magari servendosi dell’aiuto del Bettelheim che analizza, scopre, spiega, dà suggerimenti di interpretazione e lettura simbolica di molte di esse.
In questo caso le storie narrate risultano vere in quanto simboli di problemi psicologici e non in quanto descrizioni della realtà. Il loro aspetto più positivo è proprio quello di non prendere mai l’avvio dalla realtà fisica del bambino, di semplificare al massimo situazioni e personaggi in modo da esprimere i dilemmi esistenziali in modo chiaro e conciso, di essere popolate di personaggi tipici anziché unici, di contenere sempre una personificazione del male che non è mai ambivalente, di corrispondere al pensiero animistico del bambino, di parlare il suo linguaggio, di adeguarsi cioè ai suoi processi mentali. Proprio per queste sue caratteristiche di fondo che la fanno vivere in consonanza con il mondo infantile, la fiaba acquista aspetti di verità e ciò che vi è narrato viene recepito come esperienza interiore; “quando tutto il fantasticare di desideri miracolosamente realizzati del bambino si incarna in una fata buona, quando tutti i suoi desideri distruttivi si incarnano in una strega cattiva, tutte le sue paure in un lupo vorace, tutte le richieste della sua coscienza in uno stregone incontrato durante un’avventura, tutta la sua collera gelosa in un animale che strappa via col becco gli occhi dei suoi arcirivali, allora il bambino può finalmente cominciare a operare una cernita fra le sue contraddittorie tendenze. Iniziato questo processo il bambino viene a trovarsi sempre meno inghiottito da un incontrollabile caos” (23).
Ragionando secondo gli schemi del Bettelheim dovremmo evitare di offrire ai bambini solo il lato buono delle cose, con l’intenzione di proteggerli e salvaguardarli da tensioni psicologiche: poiché essi hanno consapevolezza di non essere buoni, sarebbero condotti a cogliere la loro aggressività, il loro egoismo, la loro asocialità come fatti mostruosi fuori dalla norma e non generalizzabili.
Questa funzione terapeutica della fiaba è molto rassicurante per genitori ed educatori. Ma allora non resta che tuffarsi nella lettura delle fiabe (avendo l’accortezza di sceglierle) con la convinzione che tanti problemi nel difficile rapporto con i figli vengano portati alla luce e avviati a soluzione? Bisogna evitare i pericoli di un troppo facile ottimismo.
In primo luogo tutti i processi inconsci dei bambini analizzati così dettagliatamente insospettiscono: è possibile avere una certezza senza ombra di dubbio su ciò che il bambino sente e intende? E poi di quale bambino si parla? Certo il Bettelheim si rivolge a quella categoria di genitori pieni di consapevolezza e di disponibilità, capaci di vivere con il bambino le avventure di molteplici fiabe (perché è indispensabile secondo lui presentarne al bambino una grande varietà, ciascuna con una forma di conflitto fondamentale come tema) con lo scopo di confortarlo e rassicurarlo. Ma quante situazioni familiari, quanti tipi di rapporto genitore-figlio possono darsi! Mi ha colpito un’osservazione di Dallari in un recente articolo sulla rivista “Infanzia” (24): “sarebbe veramente scorretto se la baby sitter chiamata nella casa di un bambino i cui genitori una sera sono andati al cinema o comunque sono usciti “abbandonandolo” gli raccontasse la storia di Hánsel e Gretel o di Pollicino. Questo senz’altro scatenerebbe in lui una serie di conflitti e di ansie tali che sarebbe ben difficile farlo addormentare se non in un mare di lacrime e in uno stato di angoscia”.
Il racconto della fiaba ha bisogno insomma di tempi, luoghi e situazioni particolari per poter essere utilizzato nel senso espresso da Bettelheim.
Elena Gianini Belotti nel suo intervento al dibattito pubblicato in calce al già citato “Fiabe sui ruoli sessuali”, definiva un “tempo sociale” ben preciso che influisce sulle fiabe: quello della cultura contadina; vi sono cioè bambini per i quali l’attraversamento del bosco è concreto e reale perché vivono in campagna, bambini che vivono in contesti particolari di paura quotidiana per i quali “gli orchi” e “le streghe” cioè i personaggi tipicamente persecutori delle fiabe, sono presenze concrete e reali.
Come non pensare allora alla grande responsabilità di chi trasmette loro dei messaggi così coinvolgenti soprattutto quando corrispondo in modo quasi preciso e sistematico alla realtà nella quale vivono? In questi casi viene infatti a mancare il presupposto essenziale del discorso psicanalitico cioè la trasposizione simbolica di problemi vissuti a livello inconscio, in quanto la fiaba stessa agisce direttamente sull’esperienza che il bambino trae dal mondo reale. E poi c’è il fatto che le fiabe non sono del tutto neutrali dal punto di vista dei valori tanto contestati: Rodari crede che “la fiaba trasmetta soprattutto sé stessa come la televisione trasmette prima il mezzo e poi i contenuti, cioè trasmette un esercizio delle strutture dell’immaginazione, un movimento, un linguaggio, delle inversioni, delle deformazioni, dei giochi con il linguaggio, delle manipolazioni della realtà” (25). Perché, si chiede, sforzarsi di cercare nelle fiabe un messaggio? Eppure certi messaggi ci sono. Abbiamo visto come il Fetscher sia riuscito a far risaltare certe alterazioni costruite ad hoc dai fratelli Grimm, e come la versione arrivata fino a noi anche nelle raccolte classiche sia il risultato di una enorme stratificazione accumulata in varie fasi storiche e con l’apporto di innumerevoli fonti che noi a stento riusciamo a decifrare (con l’aiuto di quale studioso di filogenesi) ma che un bambino accetta così come sono e recepisce per di più immediatamente, grazie alla tensione emotiva che esprimono e al linguaggio particolarmente vicino al suo.
In “Fiabe sul potere” i curatori della raccolta affrontano il messaggio relativo al “potere” e arrivano alla conclusione che il concetto di potere nelle fiabe è sempre presente in senso positivo solo se legittimato, cioè raggiunto con fatica, tramite la lotta con le forze del male e esprimente gli interessi della gente comune. È dunque un messaggio corretto perché promuove la riflessione sulla necessità dell’esistenza di un “potere” indirizzato a salvaguardare la felicità e il benessere di ciascuno.
Carla Ida Salviati Ghia, in “Per un’indagine sull’ideologia della fiaba” (26) approfondisce questo tema: “il potere è situato sempre in un personaggio: evidentemente le fiabe ignorano il potere dei gruppi. Tale personaggio-funzione è detentore del potere politico-economico (è re immensamente ricco), oppure è depositario di una autorità morale nei confronti di un personaggio (il genitore); ancora, esercita potere perché è in possesso di doti particolari, spesso magiche, che gli consentono un dominio sui comuni mortali bisogna notare inoltre che spesso il potente coincide con il personaggio cattivo, con colui che è da sconfiggere perché esercita la sua funzione con malvagità”. Più che di contestazione del potere si tratta dunque nella fiaba, di “riprovazione morale del cattivo esercizio del potere” che lascia tuttavia intatto e inattaccabile l’ordine sociale che dal potere dipende. L’attacco al potere si risolve invece in un semplice capovolgimento di ruoli: “la protesta che traspare non diviene mai presa di coscienza: così la fiaba, prodotto della cultura subalterna, di quella porta con sé tanto il messaggio di integrazione, quanto la vena caustica e rancorosa, ma la risolve a puro livello rituale, esattamente come in rito si esplicava il capovolgimento dei ruoli tra schiavo e padrone, durante i Saturnali, cosicché le feste collettive finivano con l’avere la funzione di incanalare le tensioni sociali” (27).
Non voglio qui entrare nella disquisizione se la cultura popolare (e dunque anche la fiaba) sia o no funzionale all’ordine sociale esistente. Bisogna vedere piuttosto se il bambino che sente raccontare una fiaba pensa ai rapporti sociali e al potere oppure recepisce solo il messaggio di coraggio e di iniziativa del protagonista. Vi sono d’altra parte messaggi come quello della bellezza femminile intesa come valore assoluto, o della vecchiaia che nelle fiabe tende ad essere “brutta e cattiva”, e magari associata al “potere”, che invece sono molto più penetranti e immediatamente assimilati.
Allora per concludere questo discorso si può dire che se è idiota buttare via un patrimonio avventuroso e fantastico, di cui il bambino ha bisogno, è tuttavia giusto tenere presente che deve essere affiancato da una serie di altri prodotti che abbiano un riscontro costante con i modelli di vita e con i metri di giudizio applicati alla vita quotidiana.
Inoltre, come ci insegna lo stesso Rodari nella sua “Grammatica della fantasia” (28), non esistono racconti pericolosi purché i bambini siano in grado di scoprirne i meccanismi, di svelarli e riprodurli in un gioco che è dissacrante e rassicurante al tempo stesso. Così se si insegna ai bambini a lavorare sulle strutture (che possono essere caricate di qualsiasi contenuto) più che sui valori, il bambino potrà ascoltare in modo sempre più autonomo e partecipato qualsiasi prodotto della società e del tempo.
Si arriva così al discorso sull’uso che delle fiabe si può fare: l’industria culturale borghese ne ha fatto un uso pedagogico, autoritario (reazionario?) presupponendo un ascolto passivo da parte del bambino; il Bettelheim ne propone un uso psicanalitico che però è valido solo se sussistono certe condizioni di vita e certe situazioni di lettura (la vicinanza rassicurante e la disponibilità affettuosa del genitore che legge, la sua capacità di scelta, ecc). In questi ultimi anni molte esperienze hanno dimostrato che è possibile coinvolgere attivamente il bambino in un gioco che partendo dallo studio del “funzionamento” della fiaba approdi ad una utilizzazione creativa della stessa.
Ho in mente le molteplici esperienze di lavoro sulla fiaba raccolte nel volume dedicato alle “Scienze umane nella scuola elementare” dei Quaderni del Movimento di cooperazione educativa (La Nuova Italia Editrice, 1979) e il lavoro svolto dalla scuola a tempo pieno di Grottarossa (29).
Non è qui il caso di entrare nel merito dello svolgimento delle specifiche attività didattiche anche se molto interessanti. È utile sottolineare invece alcune ipotesi di lavoro che vanno nel senso sopra indicato. Queste esperienze sono partite quasi tutte da un primo approccio con la fiaba attraverso letture parallele, sono passate poi attraverso l’analisi, dall’interno, dei ruoli dei personaggi e del loro rapporto con quelli definiti dalla produzione disneyana; la verifica degli aspetti uguali o simili (l’ambiente, gli animali, i divieti, il viaggio, le prove, ecc.), la verifica delle fasi dell’azione. Di qui una vasta gamma di attività: dall’animazione della fiaba attraverso il disegno, la rappresentazione teatrale, l’invenzione di storie singole o collettive sulla base della struttura evidenziata, alla ricerca più approfondita (con bambini più grandicelli) sull’origine e la dimensione storica della fiaba. Interessante l’approdo, attraverso la fiaba e le leggende popolari, allo studio di società e culture diverse dalla nostra: il bisogno fantastico che i bambini hanno, del diverso, del lontano nel tempo e nello spazio, alimentato spesso dai fumetti, dai cartoni animati, dal cinema o dalla televisione (il mito di Tarzan, degli indiani ecc.) è stato utilizzato dall’insegnante per far acquisire loro una metodologia di approccio e di interpretazione dei fatti sociali. E così ci allontaniamo dal Bettelheim per avvicinarci al Propp, sfruttando ad usi didattici il suo metodo di ricerca: muovendo dalla fiaba è possibile condurre un discorso sulla universalità di questa esigenza umana di creare il mondo immaginario delle leggende e dei miti, mostrare come questa esigenza sia presente anche in aree diverse da quella europea, con le differenze prodotte dall’ambiente e dalla diversa organizzazione sociale.
Si apre insomma un’ampia possibilità di ipotesi sull’uso che della fiaba si può fare nel contesto di una didattica che faccia emergere dal bisogno dell’immaginario del singolo bambino la comprensione critica dell’immaginario collettivo storicamente concretizzatosi in culture e tradizioni diversi.

Note:

  1. P. Angelini e C. Codignola nella introduzione a “Fiabe sul potere”, Savelli, 1978, p. 11 sottolineano l’opinione diffusa che “la più accanita schiera di detrattori di fiabe sia da identificare proprio con quella generazione che avrebbe reclamato, secondo uno degli slogan più “raccolti” dalla stampa-bene, l’immaginazione al potere. Insomma i compagni del ’68 delusi e spaccati senza-Mao e senza-rivoluzione punterebbero oggi la loro carta rivoluzionaria su una educazione rigidamente alternativa.”

  2. “Fiabe sul potere” cit. p. 12

  3. G. Rodari, intervento al dibattito pubblicato in calce a “Fiabe sul potere” cit. p. 159

  4. Op. cit. p. 10

  5. A. Faeti, “Letteratura per lînfanzia”, Firenze, La Nuova Italia, 1977

  6. Di V. Ja. Propp sono disponibili in italiano i seguenti scritti: “I canti popolari russi” con una scelta di canti a cura di G. Venturi, Einaudi, Torino, 1966; “Morfologia della fiaba”, con un intervento di C. Levi Strauss e una replica dell’autore, a cura di G. L. Bravo, Einaudi, Torino, 1966; “La trasformazione delle favole in magia” in “I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico” a cura di Todorof, ed. it. A cura di G. L. Bravo, Einaudi, Torino, 1968; “Le radici storiche dei racconti di fate”, Torino, Boringhieri, 1977; “Edipo alla luce del folklore” (Quattro studi di etnografia storico strutturale), Torino, Einaudi, 1975. Per la rivalutazione in senso positivo della fiaba sono serviti molto anche i libri di E. Cook, “Miti e fiabe per bambini d’oggi”, Firenze, La Nuova Italia, 1969; di A. Fonzi, E. Negro Sancipriano, “La magia delle parole: alla riscoperta della metafora”, Torino, Einaudi, 1975; di B. Bettelheim, “Il mondo incantato”, Milano, Feltrinelli, 1975.

  7. Come ci informa A. M. Cirese nella introduzione a “Le radici storiche dei racconti di fate” cit. p. 12

  8. A. M. Cirese, cit. pp. 12-13

  9. B. Croce, “Quaderni della critica”, n. 15 1949 p. 104

  10. Al convegno dei filologi tenutosi a Lund nell’agosto 1932 si formò una commissione per lo studio della fiaba che arrivò alla conclusione che lo studio scientifico della fiaba è un vicolo cieco, e propose di studiarla secondo le nazionalità. Non meraviglia la decisione presa proprio in questo anno che precede l’avvento al potere di Hitler.

  11. Op. cit. in nota 6, p. 15

  12. Op. cit. p. 17

  13. Op. cit. p. 86

  14. La prima raccolta di fiabe di Calvino è stata pubblicata nei Millenni Einaudi, 1956; negli Oscar Mondadori è pubblicata nel 1968 una antologia di fiabe scelte dal volume citato sotto il titolo di “Fiabe italiane” (VII ristampa Oscar Mondadori, 1978)

  15. Cfr. Introduzione a “Fiabe italiane” cit. p. 48

  16. Op.cit. p. 48

  17. I. Fetscher, “Chi ha svegliato la bella addormentata?”, Milano Emme Edizioni, 1974

  18. I. Festcher, op.cit. p. 10

  19. Op. cit. alla nota 6. Il discorso condotto da Bettelheim era già stato anticipato da G. Carboni, “Rivalutazione psicoanalitica della fiaba”, convegno sul tema “Psicoanalisi e cultura” Trieste 13 ottobre 1968 e “La fiaba al lume della psicoanalisi” n. 2 1963 p. 169-186. G. Carboni insieme a D. Nobili ha pubblicato “La mamma cattiva. Fenomenologia e antropologia del figlicidio” Firenze Guaraldi 1975

  20. La citazione è da Calvino (perché bene illustra il pensiero del Bettelheim) Introduzione a “Fiabe italiane” cit. 15

  21. Bettelheim, op. cit. p. 17. L’autore si rifà ai testi di indirizzo freudiano e junghiano nei quali si trova trattato il tema della fiaba nel suo rapporto con il sogno; cita S. Freud “Materiale fiabesco nei sogni” in “Opere” vol. VII, Torino Boringhieri, 1975 e “Sogni nel folklore” in “Opere” vol. VI Torino Boringhieri, 1974; “Caso clinico dell’uomo dei lupi” (Dalla storia di una nevrosi infantile) in “Opere” vol. VII cit. Per quanto riguarda Jung cfr. Lucilla Ruberti, “Fiabe, psicoanalisi, femminismo, immagini simboliche nella fiaba popolare” in “Critica Marxista” n. 4/1979 p. 148 nota 5. L’autrice offre anche un’ampia bibliografia sulla trattazione del tema in M. Klein.

  22. Bettelheim op. cit.

  23. Bettelheim op. cit. p. 67

  24. M. Dallari, “C’era una volta un racconto di fate” in “Infanzia” agosto-settembre 1979 p.13

  25. G. Rodari in Dibattito, “Fiabe sul potere”, cit. p. 152

  26. C. I. Salviati Ghia, “Per un’indagine sull’ideologia della fiaba” in L. G. Argomenti, rivista del Centro studi letteratura giovanile del Comune di Genova, n. 1 gennaio-marzo 1979 p. 4

  27. C. I. Salviati Ghia, “Per un’indagine sull’ideologia della fiaba” cit. p. 7

  28. G. Rodari, “Grammatica della fantasia” Torino Einaudi, 1973

  29. La scuola a tempo pieno di Grottrossa (Roma) realizza una sperimentazione metodologico-didattica di scuola integrata che prevede una pluralità di interventi. Le insegnanti intervengono con attività di lavoro condotte sulla base di programmazioni verticali (per attività) e orizzontali (per gruppo classe) in modo articolato e unitario.Per il lavoro sui ruoli notevole l’esperienza di Priverno “Ruoli e comportamenti dell’uomo e della donna visti dai bambini”, Quaderni di Cooperazione educativa, cit. p. 33

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