[FIABE] La leggenda di Taliesin

Tanti, tantissimi anni fa, su un isolotto al centro del lago di Tegid viveva una bellissima dea, in un castello circondato da alberi millenari ed avvolto da un’edera cresciuta nella notte dei tempi. La dea veniva chiamata, tramite parole mortali Cerridwen.
Cerridwen amava molto la poesia, il canto e la musica ed intratteneva gli abitanti del suo regno fatato e tutte le creature del bosco, narrando loro racconti di epoche antiche, quando la pace regnava nel mondo e, nella natura, tutto era armonia e bellezza.
Cerridwen ebbe due figli.
Alla nascita del primo, bello come la madre, tutte le creature del lago e tutti i sudditi fecero grandi festeggiamenti: non si era mai visto, infatti, un bimbo più grazioso, tanto grazioso che anche i suoi pianti di neonato erano dolci melodie che incantavano tutti.
Il secondo figlio della dea nacque qualche anno dopo e, al contrario del fratello, era brutto, molto brutto. Nessuno se la sentiva di festeggiare la sua nascita ed anche Cerridwen era molto addolorata per questo suo bimbo. Pianse per notti intere, non riuscendo a farsi una ragione della bruttezza e della deformità del bambino, che ella amava anche più del primogenito.
Un dì, finalmente, asciugatasi le lacrime che le rigavano copiose il volto, decise di fare qualcosa per il bambino: se la natura era stata avara con lui non donandogli la bellezza che meritava, ella gli avrebbe fatto un dono che lo avrebbe compensato, un dono meraviglioso, quello della poesia.
Così chiamò a sé Gwion, un ragazzino suo aiutante, e con lui cominciò a percorrere in lungo ed in largo tutta la foresta, tutte le verdi colline, tutte le montagne e tutti i pascoli di pianura alla ricerca delle erbe necessarie a preparare una pozione magica. Difatti, aveva trovato descritta in un librone antico la formula di un incantesimo che avrebbe potuto donare al figlioletto il fascino della poesia e dell’ispirazione.
Camminò per giorni e notti attraverso tutto il Galles, dormì, nelle fredde notti d’inverno, nelle case degli ospitali elfi dei boschi e, nelle calde estati, sotto il limpido cielo stellato di quelle terre. Dopo sette volte sette settimane, Cerridwen e Gwion ritornarono nella loro isola al centro del lago Tegid e la dea cominciò a preparare la magica pozione. Preparò un grande calderone, lo riempì con l’acqua del lago, accese un grande fuoco e mise a bollire le erbe che aveva raccolto.
Gwion era incaricato di controllare che le erbe bollissero a lungo e che il fuoco non fosse troppo vivace e, specialmente, che non si spegnesse mai. Gli abitanti del castello, aiutati dagli animali della foresta, erano tutti coinvolti nel procurare la legna necessaria a mantenere il fuoco sempre acceso sotto al calderone. La pozione sarebbe stata pronta soltanto dopo un’ebollizione della durata di un’intera luna, ventotto giorni e ventotto notti.

Cerridwen intanto, consultando il suo librone degli incantesimi, si era accorta che avrebbe dovuto raccogliere una quantità maggiore di erbe magiche; così si assentò e riprese a vagare per le colline. Quando tornò nella sua isola al centro del lago, nell’ultimo giorno della luna, diede a Gwion le nuove erbe che aveva raccolto; il ragazzo aggiunse le erbe alla pozione e, nel farlo, le prime tre gocce della pozione lo colpirono alle dita, scottandolo. Istintivamente egli portò alla bocca le dita e…
La magia lo avvolse all’improvviso.

Sentì che il suo corpo non aveva più peso; gli sembrava di volare nel cielo terso, ma, cosa ancor più strana, cominciò ad udire voci che provenivano da tutto il mondo ed a vedere il passato ed il futuro. Si sentì pervadere da una forza nuova, mai neppure concepita, prima di allora, da alcun essere umano. Ciò che vedeva e sentiva turbava moltissimo Gwion: si mise a correre per tutta l’isola, quasi a voler sfuggire all’incantesimo; lo sentiva troppo grande, immenso, incontenibile in una piccola mente umana!
Tutti, gli abitanti dell’isola si fermarono attoniti a guardare Gwion che sembrava impazzito e ne videro anche il cambiamento esteriore. Difatti ora non era più il ragazzino di qualche momento prima: ora era un giovane alto, bello, dagli occhi penetranti e luminosi; ma il suo sguardo sembrava spaventato, allibito, quasi assente.
Cerridwen, richiamata dalle grida di stupore che arrivavano fin dentro al castello, vide la nuova immagine di Gwion e subito capì. L’incantesimo, che ella aveva riservato al suo sfortunato figlio, si era, invece, impadronito di quel servitorello. Il volto della dea sbiancò, quasi svenne; tutto il mondo, il castello, l’isola, il lago, le colline, i monti, i fiumi, tutto cominciò a girarle attorno, come in un vortice. Non credeva a ciò che era avvenuto. Il fascino della poesia, anziché essere donato a suo figlio, era stato sprecato per quel misero Gwion!
Cerridwen sapeva che un solo essere umano avrebbe potuto ottenere l’incantesimo: per il figlio non ci sarebbe stato più nulla da fare. Allora la dea, che, sino a quel momento, era stata dolce, buona, gentile con tutti, a causa dell’enorme delusione ed esacerbata per il dolore, fu colta da rabbia accecante ed una cattiveria immensa si impadronì di lei. Cominciò ad inseguire Gwion, nella speranza di catturarlo e di ucciderlo: forse ciò sarebbe stato sufficiente a dare una nuova possibilità a suo figlio.
Ma Gwion, ora in possesso della capacità di vedere e prevedere, si diede alla fuga, per sfuggire all’ira della dea. Egli si trasformò in una veloce lepre, per meglio nascondersi tra l’alta erba dei pascoli e per essere più veloce nella corsa. Cerridwen, allora, si trasformò in un levriero velocissimo, per meglio inseguire la lepre.
Gwion, poi, si gettò nel lago e si trasformò in pesce, mentre Cerridwen si trasformò in una lontra, abilissima nuotatrice. Uscito dall’acqua del lago, Gwion divenne un uccello, ma la dea, assunte le sembianze di una civetta predatrice, continuò ad inseguirlo.
Infine, spossato per la lunga corsa e vedendo che non riusciva a sfuggire all’inseguimento di Cerridwen, Gwion pensò di trasformarsi in un piccolo chicco di grano, quasi invisibile ad occhio umano, e se ne stette nascosto tra la polvere dell’aia di un casolare. Ma la dea, a sua volta, si trasformò ancora: questa volta divenne una gallina e, beccando qua e là nell’aia, alla fine trovò il chicco di grano e lo ingoiò.
Gwion, nonostante i nuovi poteri acquisiti, era stato sconfitto. Così pensò Cerridwen che assunse nuovamente le sue naturali sembianze di dea e tornò al castello desolata. Ma l’incantesimo non era finito, nonostante le apparenze. Infatti il seme di grano, che in realtà era il seme di Gwion, diede l’inizio, nel corpo della dea, ad una nuova vita. Dopo ventotto lune, infatti, Cerridwen diede alla luce un bimbo, un bimbo radioso, bellissimo, magico.
Era talmente bello e luminoso che la madre lo chiamò Taliesin, che significa splendida fronte. Egli crebbe e divenne sempre più bello e sempre più luminoso: la sua voce aveva il potere di incantare tutti gli esseri viventi e di espandersi, come musica ammaliante, sulla foresta, nel cielo, nei monti, ovunque…

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