[FIABE] La Leggenda di Knockgrafton

di Thomas Crofton Croker

Viveva una volta, nel sud dell’Irlanda, vicino alla cittadina di Cappagh, un gobbo. Era così deforme questo poverino che sembrava si portasse tutto il corpo sulla schiena e che le sue povere gambe reggessero a stento quel gran fardello, che lo costringeva a tenere la testa piegata in avanti e a guardarsi in continuazione i piedi. Era una persona tranquilla e inoffensiva ma il suo aspetto lo faceva temere dalla gente, che aveva cominciato a sparlare di lui, affermando che sapeva riconoscere le erbe magiche e fare con queste filtri e incantesimi. Lo consideravano uno stregone. In realtà il gobbo si guadagnava da vivere intrecciando giunchi e paglie, con cui fabbricava cesti e cappelli con grande abilità. Anche lui portava sempre uno dei suoi cappelli e lo ornava con un rametto di digitale, pianta detta anche il “cappuccio delle fate”. Una sera stava tornando a casa dalla graziosa città di Cahir, era molto tardi ed era molto, molto stanco. La gobba gli pesava come non mai e decise di fermarsi un poco a riposare vicino al tumulo di Knockgrafton. Si stava quasi appisolando, quando gli giunse all’orecchio un coro a molte voci. Le voci salivano, scendevano, facevano variazioni armonizzandosi tra loro. Lusmore (questo era il soprannome del gobbo) restò attonito: mai gli era capitato di sentire una musica così piacevole. Tendendo l’orecchio si sforzò di capire anche le parole della canzone e fu allora che scoprì che erano sempre e solo due: “Lunes, Martes, Lunes, Martes…”.
Il gobbetto se ne stette buono per un po’, poi, stufo delle continue ripetizioni, approfittò di una piccola pausa del coro e riprese la melodia aggiungendo: “E Mercole ancora”. I folletti che, dentro il tumulo, stavano cantando la loro magica canzone, restarono così conquistati dalla nuova aggiunta che decisero di adottarla seduta stante e di festeggiare e onorare l’autore. Lusmore fu portato dentro il tumulo, riverito e servito, trattato con ogni onore e gentilezza. A un tratto il capo dei folletti gli si avvicinò, pronunciò una filastrocca magica e… la gobba ruzzolò giù dalle spalle di Lusmore. Egli, per la prima volta in vita sua, potè alzare la testa, guardare in alto e sentirsi tanto leggero e agile da poter balzare come un gatto sui tetti. Tutto gli appariva splendido e lucente, così lucente da fargli girar la testa. Era così sbalordito ed emozionato che svenne. Quando ritornò in sé, Lusmore era disteso accanto al tumulo, ma il sole brillava già alto. Si toccò la schiena, preso dal timor panico di sentire nuovamente la gobba: nulla, non c’era neppure una traccia della sua deformità e, per di più, i folletti lo avevano rivestito tutto a nuovo. Felice e pimpante se ne tornò a casa ed ebbe il suo bel da fare per convincere i suoi paesani che era il medesimo Lusmore di prima. Ben presto la sua avventura con i folletti fu sulla bocca di tutti e, mercato dopo mercato, raggiunse anche i paesi vicini. Un giorno Lusmore era seduto a fumare sulla soglia di casa quando giunse una donna da una contea vicina. Cercava informazioni su Lusmore e il modo in cui era riuscito a farsi togliere la gobba, per poter ripetere lo stesso incantesimo al figlio di una sua vicina, gobbo anch’egli dalla nascita.
Lusmore, che era di cuore buono, raccontò alla donna tutti i particolari della sua avventura e le indicò il luogo preciso dove si trovava il tumulo incantato. La donna tornò a casa, ripeté alla vicina ansiosa l’avventura di Lusmore dalla A alla Z e insieme decisero di caricare il gobbetto su una carretta e trasportarlo fino a Knockgrafton. Fu un viaggio lungo e faticoso ma al calar della notte erano sul posto e là lo lasciarono. Il gobbetto, che si chiamava Jack, aveva un caratteraccio. Impaziente e stizzoso, quando sentì il canto risuonare all’interno del tumulo, non aspettò un momento di pausa per inserirsi nel coro, anzi, in modo sgraziato e importuno, si mise a berciare: “…e Mercole ancora e anche Giove…”. Pensava infatti che, se l’aver aggiunto al canto un giorno della settimana aveva fruttato a Lusmore la perdita della gobba e un vestito nuovo, due gli avrebbero fruttato due abiti e forse un pastrano. Le parole gli erano appena uscite dalla bocca che venne trasportato da un gran turbine dentro il tumulo e circondato da folletti inferociti. “Hai sciupato la nostra canzone! Hai rovinato il nostro divertimento preferito!” In men che non si dica i folletti afferrarono la gobba di Lusmore e la appiccicarono sopra quella che il povero Jack aveva già poi lo scacciarono dal loro castello. Il mattino seguente le due donne lo ritrovarono mezzo morto, curvo sotto l’enorme peso delle due gobbe. Lo riportarono a casa e, finché visse, Jack maledì tutti coloro che ascoltavano melodie fatate e avevano rapporti con i folletti.

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