[Il Grande fiume] BRÜSA LA VÉCIA

Brüsa la vécia

È nella natura umana ricorrere, nei momenti importanti della vita, alla simbologia e al soprannaturale; il rito del “Brüsa la vécia” (Trad.: Brucia la vecchia) rientra appunto in uno di questi momenti.

Nell’antichità si usava dare alle fiamme una catasta di fascine alla cui sommità stava un tronco d’albero ornato a festa, il quale simboleggiava l’anno vecchio che se ne andava favorendo l’arrivo dell’anno nuovo. Era questo l’evento del capodanno, oggi conosciuto come “Calendimaggio” o “Cantar Maggio”. A questo antico rituale si dava inoltre una visione più mistica. In alcuni luoghi la caduta dell’albero o del fantoccio della vecchia avrebbe predetto l’andamento della stagione agricola in arrivo.
In realtà l’interpretazione simbolica di questa festa si perde nell’antichità quando ancora il Cristianesimo non aveva affondato le sue radici ed i popoli pagani dimoravano in queste zone. Così, la festa in cui si “brucia la vecchia” nel corso degli anni e dei secoli ha perso il suo iniziale significato, sebbene uno arcaico e superstizioso continui a permanere nell’inconscio della gente che ogni inizio di maggio si raduna nelle vie e nelle piazze per bruciare la vecchia.
L’utilizzo in tempi antichi di un albero o di un palo ha avuto sempre diverse interpretazioni le più diffuse e comuni sono un chiaro riferimento allo spirito della vegetazione nell’ambito dei riti agrari e come rappresentazione fallica legata ai riti e alle divinità rappresentati la fertilità. Alcuni, inoltre asseriscono che sia importante il tipo di legno scelto, poiché determinati tipi di legno rappresentano il legame con l’aldilà, la personificazione, per così dire, dell’anima dei morti.
Ad oggi in diverse località italiane troviamo usanze analoghe dove l’albero-fantoccio viene bruciato in piazza: per esempio il “pan e vin” nella pianura Veneta lungo il Piave a Gennaio, o “i Carnevai” in alcune zone del Trentino il martedì grasso, il “sega la vecchia” a Firenze e a Cremona a metà quaresima.
Mentre dapprima i popoli pagani accostavano l’inizio del nuovo anno all’inizio della primavera, con l’arrivo e la diffusione del Cristianesimo, passati gli anni bui dalle invasioni barbariche, andò persa la consuetudine di celebrare il capodanno, come prevedeva il calendario romano, accostandola generalmente all’equinozio di primavera, momento della rinascita della terra dopo la pausa invernale e ripresa dei lavori all’aperto. Con l’andare del tempo datavano il capodanno in periodi diversi, molte volte in coincidenza di festività di carattere religioso, onde poter accostare ai riti Cristiani le usanze antiche e pagane. Troviamo dunque l’inizio dell’anno nel giorno di Natale in Spagna; al 25 Marzo, festa dell’Annunciazione, a Firenze; il giorno di Pasqua in Francia; nei regni Bizantini del Sud Italia al 1° di Settembre; il 1° di Marzo nella Repubblica di Venezia.
Ma a noi rimase la nostra “vécia” che rientra nei riti di passaggio dall’inverno alla buona stagione.

Tornando alla simbologia, la vecchia era un pupazzo di legno che spesso teneva tra le mani il fuso e la conocchia (da sempre riferimento al tempo che scorre) ed era riempita d’uva e di fichi secchi, castagne carrube, mele e piccoli regali che dispensava ai paesani prima di essere bruciata sul rogo, segno dell’anno vecchio che moriva offrendo semi e germogli da cui sarebbe cresciuto l’anno nuovo (da qui l’usanza della lettura del testamento).
La Chiesa però non ha mai visto di buon occhio questa manifestazione. Non riuscendo a sradicare quest’usanza pagana cercò di ritualizzarla. Il processo alla “vécia” divenne il processo alle orge gastronomiche pre o post Quaresimale e dunque esaltazione della purificazione e dell’astinenza solitamente chiesta ai buoni cristiani durante i 40 giorni che precedono la Pasqua, ma anche memoria del sicuro destino dell’uomo: la morte.
Di là dalle interpretazioni moralistiche e religiose, il rito del “Brüsa la vécia”, come quello dell’albero primordiale, era ed è – dove ancora sussiste – una cerimonia di passaggio verso il nuovo anno. Noi celebriamo, probabilmente senza esserne più molto coscienti, la morte del vecchio anno, della Vecchia Madre Natura da cui rinascerà la giovinetta Natura, in altre parole l’anno nuovo: simbolo della rinascita spirituale di chi sa liberarsi della pelle rinascendo di nuovo.

Brüsa la vécia

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