Celtismo e Druidismo

[…]Magnifiche notti prodigiosamente chiare in cui l’astro lunare,
enorme, guarda sulla terra per benedirla.
Notti magiche e rassicuranti in cui, seduti attorno ad un fuoco,
si meditava in silenzio e in assoluta comunione spirituale,
rendendo grazie agli antichi Dei
per avere permesso loro di vivere in quel modo diverso,
immersi in un grande spazio universale.
Notti irripetibili, non oscure ma permeate da una lattiginosa luce bianca,
quando si manifestava la presenza di Genevieve,
che tornava per brevi istanti, nella loro dimensione iniziatica.
E questi Celti arrivavano da ogni parte d’ Europa,
dalla Scozia, dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda, qualcuno anche dall’Italia,
perché essere Celti non è solo una questione di nascere in determinati paesi
ma un modo di pensare tutto particolare, un “sentire” un percepire puro.[…]

Le popolazioni megalitiche ed in seguito Celtiche arrivarono in Europa provenendo probabilmente dalle zone siberiane, centro asiatiche e iraniche. Ci furono diverse migrazioni che si successero in molti secoli, i Celti erano un insieme di tante tribù, diversi ceppi etnici e spesso parlavano lingue e dialetti tanto dissimili tra di loro. In un lato della loro esistenza però si somigliavano tutti, erano fieri e impetuosi guerrieri e guerriere, uniti da una profonda spiritualità tanto sopraffina da aver dato un senso ed un nome a tutte le cose, anche quelle che appartengono al mondo ed ai regni dello spirito. In queste pagine cercherò di descrivere la vita e le gesta di questi popoli con particolare riferimento ai Sacerdoti Druidi, le cerimonie, i gesti e le simbologia arcane come le Rune e l’ alfabeto Oghamico.
Ma per cercare di familiarizzare con i termini di lingua Celto-Gaelica, Bretone ed Angla, penso sia utile un piccolo breviario delle parole più comuni con assonanze che spesso si ritrovano nei testi o nei racconti epici.

Cristianesimo e tradizione religiosa celtica

Come sempre è successo, i luoghi preposti al culto celtico erano in prevalenza situati nei boschi sacri e nelle loro radure, oltre che su alcune alture e presso le grandi pietre dei monumenti megalitici. Durante l’opera di evangelizzazione fu dapprima consigliato ai fedeli di non proseguire nella loro attività cultuale pagana. Quando poi il cristianesimo ebbe una certa preponderanza sulla tradizione celtica, i consigli divennero divieti e non molto tempo dopo le interdizioni furono estese anche a chi non si era convertito alla nuova religione. Il concilio di Aries dei 452 d.C. emanò un editto che vietava l’adorazione degli alberi, delle fontane e delle pietre e quelli di Tours del 567 d.C. e Nantes del 568 d.C. si scagliarono in modo veemente contro chi praticava il culto sacrilego nei boschi e presso gli alberi: “…consacrati ai demoni…”. I Capitolari del 789 d.C. denunciano: “…gli insensati che accendono candele e praticano ogni sorta di superstizione presso gli alberi, le pietre e le fonti…”. Un cronista dell’XI secolo scrive che molte persone malate si recano presso le fonti e gli alberi consacrati per ottenere una guarigione. Per gran parte del Medioevo i curati di campagna devono faticare molto per impedire che le persone si rivolgano agli alberi sacri invocando protezione per i loro bambini, le loro case, le loro famiglie ed i loro beni in generale. Questi esempi riguardano soprattutto la gente del popolo, generalmente delle campagne, non ancora convertita al cristianesimo, o da poco convertitasi, ma vi sono molti esempi di uomini illustri che, pur seguendo la nuova religione, non abbandonano totalmente le pratiche pagane (San Germano, vescovo di Auxerre; San Bricio, successore di San Martino di Tours; l’irlandese San Columba o Columcille (52 1-597) che si rifiuta di abbattere le vecchie querce adorate dai pagani perché è un ex-file, un druido, un bardo). Si hanno testimonianze di sopravvivenze del culto degli alberi fino al XIII-XIV secolo d.C. e molto probabilmente anche oltre.
Dove la popolazione non permise la distruzione degli alberi, dei boschi sacri, delle pietre o non abbandonò la consuetudine di recarsi presso le fonti sacre, la Chiesa provvide a trasformare quei luoghi e quei simboli da pagani a cristiani. Pietre megalitiche furono così sormontate da croci o addirittura scolpite, sorgenti d’acqua medicamentosa furono consacrate alla Vergine e boschi sacri ai santi, pur mantenendo tutti le stesse caratteristiche e rendendo gli stessi servigi di prima. Molti luoghi (fonti o alberi) furono semplicemente trasformati nelle figure di santi guaritori e lo stesso avvenne per molte divinità celtiche. I monaci irlandesi e britannici in generale ebbero un’importante funzione per quanto riguarda la trasmissione delle conoscenze celtiche alla posterità. Soprattutto in Irlanda e nel Galles vari monasteri cristiani si fecero carico di trascrivere intorno all’XI secolo i documenti contenenti buona parte della tradizione orale celtica (ma recenti studi sembrano indicare l’esistenza di una tradizione druidica scritta in linguaggio oghamico su corteccia di betulla) che furono redatti a partire dal VI fino all’VIII secolo d.C.. Bisogna tuttavia tener conto che molti scritti hanno dovuto subire degli adattamenti alla religione cristiana, in quel momento molto forte, e che quindi non sempre tutto ciò che ci è pervenuto appartiene all’originale tradizione druidica. Risulta importante anche considerare che la religione cristiana trovò il favore di buona parte della popolazione perché non portava concetti totalmente estranei o nuovi alla mentalità celtica. La figura della Vergine rispecchiava quella delle Matrones o della Dea-Madre, genitrice del dio Maponos che possedeva un simbolismo di rinascita solare. Spesso personaggi di questo tipo nascevano durante il solstizio invernale e morivano sacrificandosi spontaneamente per la salvezza del loro popolo; le loro madri erano molte volte delle vergini; durante la vita compivano fatti eccezionali preclusi agli uomini normali. Un altro protagonista della venerazione del popolo celtico-cristiano è san Michele Arcangelo, l’angelo guerriero che brandisce la spada ed abbatte il dragone, a cui sono dedicati numerosi santuari in tutta Europa, come quello famoso di Mont-St.-Michel, in Francia, un tempo luogo sacro ai Druidi con il nome di Mont Bélaine, il Monte di Belenus, e quello del Gargano in Italia.
Parrebbe infatti che l’angelo della tradizione cristiana incarni le caratteristiche del dio luminoso Lugh-Belenos, un dio che esprimeva la funzione guerriera e sacerdotale. La cultura celtica continuò a sussistere nelle forme dell’espressione artistica che i monaci utilizzarono per miniare i preziosi manoscritti o per ornare i reliquiari, i pastorali, le spille per i mantelli, le croci in pietra che ricalcavano quasi invariate i tratti che ebbero durante l’Età del Ferro. Il declino di questa sopravvivenza fu dovuto, per le isole britanniche, alle invasioni vichinghe e anglo-normanne che spensero definitivamente nel XII secolo d.C. la richiesta di ornamenti di tipo celtico. Per quanto abbiamo descritto fino ad ora possiamo utilizzare, e lo hanno già fatto vari studiosi, il termine di cristianità celtica. Di essa facevano parte quei popoli dell’Europa continentale ed insulare nord-occidentali che mantennero dei caratteri celtici per molti secoli dopo la conquista romana e l’introduzione del cristianesimo. Fra la Chiesa di Roma e la Chiesa irlandese dei primi secoli vi furono contrasti su vari aspetti relativi all’organizzazione ecclesiastica (esclusione delle donne dalla liturgia, consacrazione dei vescovi) e alle regole da seguire (il vescovo irlandese, ad esempio, doveva essere anche abate di un monastero). In particolare, San Colombano arrivò a scrivere una lettera a papa Gregorio I con la quale richiamava la Chiesa di Roma ad un comportamento più consono a quello della Chiesa irlandese. Quest’ultima infatti si faceva portavoce di un cristianesimo più puro ed attinente all’insegnamento dei Cristo. Nello stesso tempo in cui in Italia ed in Gallia il cristianesimo era diffuso soprattutto nelle città, San Patrizio convertì l’intera Irlanda senza un martire e senza persecuzioni inflitte o subite, a partire da re Loegaire, dai suoi figli, guerrieri e Druidi. Patrizio provvide quindi a riorganizzare la legislazione irlandese per renderla conforme al Vangelo e vietò ai filid di recitare gli incantesimi più pericolosi ed ai Druidi di compiere sacrifici.
Fece quindi una sintesi dei diritto della natura precristiano (recht aicnid) con il diritto della lettera cristiano (recht litre) ed il risultato ditale lavoro regolò la vita giuridica dell’Irlanda per molto tempo. San Patrizio durante l’evangelizzazione dell’isola utilizzò contro i Druidi le loro stesse armi, tra le quali la magia, arrivando persino a resuscitare l’eroe Cu-Chulainn come testimone a suo favore. In un manoscritto in lingua gaelica conservato nel monastero di San Gallo, Svizzera, vi è chiaramente la testimonianza di un passaggio di consuetudini celtiche nella tradizione cristiana: si legge infatti un lungo incantesimo a scopo di guarigione che menziona per ben tre volte il nome di Goibniu, chiamato anche Diancecht, dio della medicina dei Tuatha Dé Danann. Le varie leggende scritte nel IX secolo d.C. che descrivono i favolosi viaggi per mare dei santi cristiani conclusisi in isole e terre meravigliose e misteriose, rispecchiano le avventure degli eroi celtici che giungono in luoghi dello stesso tipo. I concetti del Sidh celtico e dei Paradiso cristiano coincidono in molti punti e gli esseri dell’Altro Mondo conosciuti dai Celti somigliano molto alle creature celesti e agli angeli della Chiesa cristiana. Il monoteismo celtico è ormai un fatto accertato, testimoniato anche dalle parole di Giovanni Scoto Eurigena del IX secolo. Le molte divinità celtiche non sarebbero state che le temporanee manifestazioni dei Dio unico, cosicché le affermazioni dei primi predicatori cristiani circa l’unicità di Dio (e la sua Trinità già presente nella tradizione celtica con le Triadi) sarebbero state accettate senza difficoltà dai Celti, che però, per il loro bisogno di diversificazione delle funzioni della Divinità, si sarebbero dedicati con particolare venerazione al culto di innumerevoli santi. Dalla vita particolare di questi uomini sacri, così importanti per la cristianità celtica, traspare la nozione di coraggio cara ai Celti. Del resto, anche l’espressione cristiana secondo la quale Dio rifiuterebbe i tiepidi, si adatta perfettamente al pensiero celtico di ricerca della propria strada, della scelta, che sfocerà poi nel ciclo arturiano della Cerca del Graal.
La concezione celtica secondo cui la religione è insita nella vita quotidiana e l’uomo appartiene ad un universo di creature e di mondi materiali e spirituali sembra forse differire dalla visione cristiana. In realtà, tra il cristianesimo e le antiche credenze celtiche non ci sono poi divergenze fondamentali, come dimostra la sopravvivenza di queste ultime fra le cerimonie e le regole della nuova religione. Il cristianesimo celtico è stato dunque sempre caratterizzato da questo estenuante sforzo di conciliare la tradizione celtica con quella cristiana e ciò che non poté essere assimilato dalla seconda, tradizione essenzialmente scritta, non ebbe altra scelta che scomparire o rifugiarsi nelle varie espressioni del folklore europeo. Le forme assunte dalla religione celtica, sia nella liturgia cristiana che nelle feste delle tradizioni popolari europee, si trovano spesso talmente modificate che il loro riconoscimento risulta molto difficoltoso. Nondimeno, il tentativo di recuperarle con un certosino lavoro chirurgico operato sulle cerimonie che presentano indizi tipicamente celtici potrebbe restituirci finalmente una parte dell’antica dottrina scomparsa.

Divinità celtiche nella tradizione cristiana

Ho accennato precedentemente alle trasformazioni subite dagli dei e dalle dee celtiche per sopravvivere ed essere adorati dai fedeli dopo l’avvento del cristianesimo. In queste metamorfosi è spesso predominante la figura della Vergine Maria che compare sotto diversi aspetti, alcuni dei quali ci fanno sospettare una sua esistenza pre-cristiana. Si sa che i bardi cristiani del XIII-XIV secolo identificavano la Vergine con la Musa della poesia e ne scrivevano chiamandola il calderone o la fonte dell’ispirazione, la stessa definizione di cui godevano le dee Cerridwen e Brigit. Nella poesia medievale irlandese Maria era identificata chiaramente con la dea della poesia Brigit e non è un caso che la festa celtica di Imbolc (1° febbraio) dedicata a quest’ultima sia stata trasformata dalla Chiesa nella Purificazione di Maria, la Candelora. Il culto mariano, così impregnato di antichi riti in onore della Dea-Madre o delle dee celtiche (comunque espressioni della prima), fu addirittura ostacolato e l’imperatore Costantino lo abolì, ma il rituale della Vergine sopravvisse in seno alla Chiesa. L’isola britannica di Oltremanica fu la terra in cui il culto mariano trovò una grande espressione popolare e le Crociate ebbero così il pregio di portare in Europa un’idea di amore romantico e cortese che trasformò i rozzi signori dei castelli e le loro donne nei raffinati signori e dame che ci vengono tramandati dalla cultura medievale. L’opera dei menestrelli che, ricordiamo, erano spesso Bardi dell’antica tradizione druidica, diffuse il ciclo del Graal e gli ideali della cavalleria nelle corti e nei villaggi d’Europa, attuando in parte una modificazione della società e della cultura medievale, oltre che veicolare ancora immagini e simboli celtici. Il culto della Triplice Dea (ricordiamo che Brigit proteggeva artigiani, poeti e guaritori) sopravvisse segretamente nelle Isole Britanniche, e probabilmente non solo lì, per molto tempo, finché i roghi delle streghe non illuminarono lugubremente i cieli d’Europa. Il ciclo del Graal: la tradizione celtica nel Medio Evo, la difficoltà di risalire dai rituali cristiani o dalle figure di santi e sante ai riti o agli dei e dee delle cerimonie celtiche sta nel fatto che i documenti scritti che possediamo non sono espliciti in proposito.
Questo risulta naturale, essendo la Chiesa cristiana gelosa di una propria superiorità ed indipendenza nei confronti dei culti pagani che essa sostituì con la vera religione (come Sant’Agostino ha ricordato con il suo libro). Fortunatamente le particolarità che caratterizzarono i primi tempi della Chiesa celtica irlandese, spesso in contrasto con quella di Roma, ci hanno lasciato numerose testimonianze di sopravvivenze celtiche nella tradizione cristiana. Vorremmo a questo punto soffermarci sulle leggende celtiche che, entrate a far parte della letteratura medievale, sono giunte fino a noi. Tralasciando gli aspetti leggendari e mitologici celtici e medievali, concentreremo la nostra attenzione sui racconti a sfondo prettamente religioso, anche se, dopo aver analizzato il concetto celtico della vita, risulta inesatta una tale divisione. Tra le varie leggende spicca quella del Santo Graal, il calice nel quale Gesù bevve durante l’Ultima Cena e che con-tenne alcune gocce del suo sangue raccolte da Giuseppe d’ Arimatea.
Il ciclo del Graal è strettamente connesso ai racconti relativi a re Artù e ai Cavalieri della Tavola Rotonda che dedicarono le loro vite alla Cerca del Santo Calice. Si assistette quindi ad un ritorno dello spirito celtico quando, a partire dal XII secolo, i menestrelli erranti, eredi dei filid e dei Bardi, percorsero le strade d’Europa diffondendo gli antichi racconti celtici. In seguito poeti come Chrétien de Troyes, Guglielmo di Malmesbury, Goffredo di Monmouth, Wolfram von Eschembach, ecc. trascrissero in veste nuova i racconti epici di Artù, dei Cavalieri del Graal e di Tristano e Isotta. La Cerca del Graal è un tema che in questo modo ottiene una sopravvivenza della tradizione celtica nella cultura laica e religiosa dei Medioevo. Una particolarità da segnalare all’attenzione dei lettori è che la Valle d’Aosta è l’unica regione in Europa nella quale si intaglia la raffigurazione del Santo Graal e questo non può che destare il sospetto che tale oggetto sia, in tempi antichissimi, transitato in queste zone.
Spiegazioni meno leggendarie vogliono che la Grolla sia il frutto dei racconti epici che nel XII secolo allietarono le sale dei castelli valdostani, colpendo l’immaginazione dei loro frequentatori e di qualche artista che ne volle imprimere nel legno il ricordo. Terminiamo qui il nostro “viaggio” nel tempo e nello spazio, alla scoperta di quella civiltà celtica che tanto affascina i moderni cercatori dello spirito, desiderosi di recuperare le antiche tradizioni e ritrovare forse le radici dell’inconscio collettivo dei popoli d’Europa. Abbiamo esplorato l’organizzazione sociale, culturale e le conoscenze spirituali che hanno fatto dei Celti uno dei popoli più interessanti della nostra storia. Il recupero delle loro tradizioni non potrà certamente far rinascere una civiltà celtica, ma potrà almeno restituire un minimo di saggezza e coscienza del mondo spirituale a coloro che sapranno oltrepassare le nebbie druidiche poste tra il mondo di materia e quello dei Tuatha Dé Danann, le Porte dei Nemeton, e giungere così alla Tir Taingiri, la Terra Promessa della nostra anima.

STATUE STELE IN LUNIGIANA

Le statue stele della Lunigiana sono state erette lungo un periodo molto lungo che va dalla tarda preistoria alla romanizzazione. Le ragioni che hanno portato alla loro esistenza rimangono tutt’oggi un affascinante mistero. L’interpretazione più accademica identifica gli idoli femminili nella Dea Madre mediterranea; nelle statue maschili, spesso contraddistinte dalla rappresentazione di armi (asce e giavellotti), vengono viste invece divinità protettrici.

IL SEGRETO DEI MENHIR

Tra le tante ipotesi sull’origine dei menhir possiamo distinguere tre filoni comuni. Il primo vede nei menhir i simboli di un’arcaica idolatria dell’età della pietra. Secondo Ambrosi, uno dei principali studiosi del fenomeno, che siano divinità vere e proprie o solamente la commemorazione di personaggi emergenti, guerrieri e grandi madri, non ha molta importanza al fine di comprendere i sentimenti di quelle popolazioni che, dal III millennio a.C. fino alla romanizzazione, le hanno scolpite, le hanno venerate e, infine, le hanno distrutte. Una seconda ipotesi è quella della funzione funeraria. Sostiene in proposito Formentini: “tutte le stele della Val di Magra, almeno sino all’età del ferro inoltrata, sono rappresentazioni di immagini femminili. Lo sono anche quelle che, in epoca successiva, vengono trasformate in guerrieri, con l’incisione di un pugnale al posto della vagina. Immagini femminili che avrebbero dovuto esercitare una seduzione verso il defunto, di cui si temeva con sacro terrore il ritorno nel mondo dei vivi finché le membra non fossero dissolte”. In fine la terza tesi, cara agli studiosi di fantascienza, vede nelle statue stele la rappresentazione mitica di creature apparse anticamente a popoli diversi e lontanissimi tra loro. Le teste a forma di cappello da carabiniere ricordano, secondo questa interpretazione, i caschi spaziali di extraterrestri che forse scesero sulla terra a quei tempi lungo una rotta particolare che dal Mediterraneo arrivava all’Asia e all’America del Sud, luoghi di ritrovamento di analoghi menhir.

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