[FIABA] Il Cavaliere nero e l’Eremita

(tratto da “Ivanhoe” di Walter Scott)

Vicino alla fonte c’erano le rovine di una piccolissima cappella col tetto in parte franato. La costruzione, quand’era intera, misurava cinque metri di lunghezza e quattro di larghezza, mentre il tetto, basso in proporzione, era sostenuto da quattro archi concentrici che si levavano dai quattro angoli dell’edificio, ciascuno sorretto da un massiccio pilastro. Restavano in piedi gli spigoli di due archi, anche se il tetto era crollato fra di loro, mentre sugli altri era rimasto intero. L’ingresso a questo antico luogo di devozione era posto sotto un bassissimo arco rotondo, ornato da parecchie decorazioni a zig-zag, simili ai denti di uno squalo, che così spesso compaiono nella più antica architettura sassone. Sopra il portico s’innalzava un campanile su quattro piccoli pilastri, tra i quali pendeva la campana verde e segnata dalle intemperie il cui suono era stato udito poco tempo prima dal Cavaliere Nero.
La scena, serena e tranquilla, apparve agli occhi del viaggiatore nella debole luce del tramonto, dandogli la sicurezza di un alloggio per la notte, poiché era un precipuo dovere degli eremiti che abitavano nei boschi fornire ospitalità ai viandanti sperduti o sorpresi dalla notte. Di conseguenza il cavaliere non perse tempo a esaminare i particolari che abbiamo descritto ma, ringraziando san Giuliano, patrono dei viaggiatori, che gli aveva mandato un buon rifugio, saltò giù da cavallo e picchiò alla porta dell’eremitaggio con la punta della lancia per richiamare l’attenzione e poter entrare. Trascorse del tempo prima che ottenesse risposta e, quando venne, fu negativa.
«Proseguite, chiunque voi siate», fu la risposta che gli venne data da una voce profonda e roca proveniente dall’interno della capanna, «e non disturbate questo servo di Dio e di san Dustan nelle orazioni della sera».
«Degno padre», rispose il cavaliere, «c’è qui un povero viandante disperso in questi boschi che vi dà l’occasione di esercitare la carità e l’ospitalità».
«Buon fratello», replicò l’abitante dell’eremitaggio, «è piaciuto a Nostra Signora e a san Dustan destinarmi a essere oggetto di queste virtù invece che a esercitarle. Non ho provviste qui, neanche di quelle che un cane potrebbe dividere con me, e un cavallo decentemente allevato disprezzerebbe il mio giaciglio. Quindi, proseguite per il vostro cammino e che Dio vi assista».
«Ma come mi sarà possibile», rispose il cavaliere, «trovare la strada in un bosco come questo quando l’oscurità sta scendendo? Vi prego, reverendo padre, se siete cristiano, aprite la porta e indicatemi almeno la strada».
«E io vi prego, buon fratello cristiano», ribatté l’anacoreta, «di non disturbarmi più. Avete già interrotto un Pater, due Ave e un Credo, che io, miserabile peccatore, devo in base a un voto recitare prima che sorga la luna».
«La strada… la strada!», gridò il cavaliere, «indicatemi la strada, se non posso avere altro da voi».
«La strada», rispose l’eremita, «è facile da trovare. Il sentiero dal bosco porta a una palude e di lì a un guado che ora può essere varcato, visto che le piogge sono finite. Attraversato il guado, dovrete fare attenzione sulla riva sinistra, a dove mettere i piedi, perché è piuttosto ripida e il sentiero che corre sopra il fiume è franato in vari punti, per quanto ne so (infatti, lascio di rado i doveri della mia cappella). Poi proseguirete sempre dritto…».
«Un sentiero franato… un precipizio… un guado e una palude!», esclamò il cavaliere interrompendolo.
«Anche se foste il più santo che mai abbia portato la barba o recitato il rosario, non riuscireste a farmi andare per quella strada stanotte. Io sostengo che voi che vivete della carità del paese, senza meritarla, temo, non avete il diritto di rifiutare asilo a un viandante in pericolo. Se non aprite la porta in fretta, per la Croce, io l’abbatterò ed entrerò da solo».
«Amico viandante», rispose l’eremita, «non siate importuno; se mi costringete a usare le armi fisiche per difendermi, sarà tanto peggio per voi».
A questo punto un lontano rumore di latrati e di ringhi, che il cavaliere già aveva sentito, divenne estremamente forte e feroce tanto da fargli supporre che l’eremita, allarmato dalla sua minaccia di entrare con la forza, avesse chiamato in suo aiuto e a sua difesa i cani che facevano quel fracasso da qualche recesso in cui erano rinchiusi. Reso furioso dai preparativi dell’eremita per attuare il suo intento inospitale, il cavaliere colpì la porta col piede così violentemente che gli stipiti e le serrature tremarono.
L’anacoreta, che non voleva esporre l’uscio a un simile trattamento una seconda volta gridò: «Piano, piano, risparmiate la vostra forza, buon viaggiatore, vi aprirò subito la porta, anche se, forse, non vi farà molto piacere». L’uscio fu quindi aperto e l’eremita, un uomo grande e grosso vestito di una tonaca con cappuccio di tela di sacco e con un cordone di giunco alla vita, comparve di fronte al cavaliere. In una mano aveva una torcia accesa e nell’altra un bastone di melo selvatico, così grosso e pesante da poterlo definire una clava. Due grossi cani irsuti, metà levrieri e metà mastini, erano pronti a gettarsi sul viaggiatore non appena la porta fosse stata aperta. Ma quando la torcia illuminò il nobile cimiero e gli speroni dorati del cavaliere che era sulla soglia, l’eremita, mutando probabilmente le sue intenzioni iniziali, frenò la furia dei suoi aiutanti e, cambiando il tono di voce in una sorta di rustica cortesia, lo invitò a entrare nella capanna e si scusò del suo rifiuto ad aprire dopo il tramonto con la scusa dei molti ladri e fuorilegge in giro che non avevano alcun rispetto per Nostra Signora né per san Dustan né per i santi uomini che passavano la vita al loro servizio.
«La povertà della vostra cella, buon padre», disse il cavaliere guardandosi intorno e non scorgendo altro che un letto di foglie, un grezzo crocifisso di quercia, un messale, un tavolo rozzamente squadrato con due sgabelli e una o due altre rustiche suppellettili, «la povertà della vostra cella dovrebbe essere una difesa sufficiente contro qualsiasi rischio di furto, senza contare l’aiuto di due cani fedeli, abbastanza forti, mi pare, da abbattere un cervo e da tenere testa a molti uomini».
«Il buon guardaboschi di questa foresta», disse l’eremita, «mi ha permesso di utilizzare questi animali per proteggere la mia solitudine fintanto che i tempi non miglioreranno».
Detto questo, sistemò la torcia in un braccio di ferro ritorto che serviva da candeliere, mise il treppiede di quercia davanti alle braci del focolare che ravvivò con della legna secca, pose uno sgabello a un lato del tavolo e invitò il cavaliere a fare lo stesso dall’altro. Si sedettero e si fissarono con grande solennità, pensando ciascuno in cuor suo di aver visto ben raramente una figura più atletica e potente di quella che gli stava di fronte.
«Reverendo eremita», disse il cavaliere dopo aver scrutato a lungo il suo ospite, «non vorrei interrompere le vostre devote meditazioni, ma desidererei sapere tre cose da vostra santità; primo, dove devo mettere il cavallo; secondo, cosa posso mangiare per cena; terzo, dove devo stendermi per la notte».
«Vi risponderò a gesti», disse l’eremita, «poiché è contro la mia regola parlare quando i gesti possono servire allo scopo».
Così dicendo indicò successivamente due angoli della capanna.
«La stalla», disse, «è là; il vostro letto è qua, poi prendendo da un vicino scaffale un piatto con due manciate di piselli secchi e mettendolo sul tavolo, aggiunse: «e qui è la vostra cena».
Il cavaliere alzò le spalle, uscì dalla capanna e riportò dentro il cavallo (che nel frattempo aveva legato a un albero) poi gli tolse la sella con grande attenzione e gli stese sulla schiena stanca il proprio mantello. L’eremita fu quasi commosso dalla cura e dall’abilità con cui lo sconosciuto accudiva il suo destriero; infatti, mormorando qualcosa su del foraggio lasciato per il cavallo del guardaboschi, tirò fuori da un recesso un fascio di fieno che sparse di fronte all’animale e subito dopo sistemò delle felci secche nell’angolo che aveva destinato al cavaliere come giaciglio. Questi lo ringraziò della sua cortesia e, compiuto questo dovere, ripresero entrambi il loro posto a tavola dove in mezzo, stava il piatto di piselli. L’eremita, dopo una lunga preghiera di ringraziamento, che una volta era stata in latino ma in cui restavano poche tracce della lingua originale tranne qua e là una lunga finale arrotata di qualche parola o frase, diede l’esempio al suo ospite mettendosi modestamente in bocca, grande e fornita di denti paragonabili a quelli di un cinghiale per affilatezza e candore, tre o quattro piselli.
Una quantità di grano veramente misera per un mulino tanto grande e capace. Il cavaliere, per seguire un esempio così encomiabile depose l’elmo, il corsaletto e la maggior parte dell’armatura e mostrò all’eremita una testa di folti riccioli biondi dei lineamenti aristocratici, occhi azzurri molto brillanti e vivaci una bocca ben disegnata, col labbro superiore ricoperto di baffi più scuri dei capelli, e nel complesso la fisionomia di un uomo coraggioso, audace e intraprendente che si adattava perfettamente alla sua robusta figura. L’eremita, come se volesse ricambiare la confidenza fattagli dall’ospite, buttò indietro il cappuccio e mostrò una testa rotonda come una palla appartenente a un uomo nel fiore degli anni. La tonsura, circondata da una corona di folti capelli neri e ricciuti, aveva un po’ l’aspetto di un recinto parrocchiale delimitato da un’alta siepe. I lineamenti non avevano nulla dell’austerità monastica o delle privazioni ascetiche; al contrario era un volto coraggioso e franco, con ampie sopracciglia nere, una fronte ben disegnata e guance piene e rubiconde come quelle di un trombettiere, dalle quali scendeva una lunga, nera barba ricciuta. Una faccia come questa, unita alla figura robusta del sant’uomo, faceva pensare alle bistecche e ai quarti di manzo più che ai piselli e ai legumi. Questa incongruenza non sfuggì al suo ospite.
Dopo che con grande difficoltà ebbe masticato una manciata di piselli secchi, non poté fare a meno di chiedere qualcosa da bere al suo pio anfitrione, il quale rispose alla richiesta mettendogli davanti un grosso recipiente pieno della più pura acqua di fonte.
«È della fonte di san Dustan», disse, «nella quale senza mai fermarsi il santo battezzò cinquecento pagani danesi e britanni. Benedetto sia il suo nome!». E appoggiando la barba nera alla brocca ne prese un sorso molto più misurato di quanto il suo elogio facesse supporre.
«Mi sembra, reverendo padre», disse il cavaliere, «che gli esigui bocconi che mangiate insieme a questa santa ma inconsistente bevanda vi abbiano fatto meravigliosamente bene. Avete l’aspetto di un uomo più adatto a vincere l’ariete in un incontro di lotta o l’anello in una gara col bastone o gli scudi in un combattimento con la spada, piuttosto che a passare il tempo in questo luogo selvaggio e desolato dicendo messe e vivendo di piselli secchi e acqua fresca».
«Signor cavaliere», rispose l’eremita, «voi pensate solo, come i laici ignoranti, ai piaceri della carne. Nostra Signora e il mio santo patrono si sono compiaciuti di benedire il modesto cibo a cui io mi attengo, così come furono benedetti i legumi e l’acqua ai fanciulli Shadrach, Meshech e Abednego, che se ne nutrirono piuttosto che insozzarsi col vino e le carni loro destinate dal re dei saraceni».
«Santo padre», disse il cavaliere, «sulla cui persona il cielo si è compiaciuto di operare un tale miracolo, permettete a un laico peccatore di chiedere il vostro nome?».
«Potete chiamarmi il chierico di Copmanhurst», rispose l’eremita, «poiché così sono chiamato da queste parti. È vero che aggiungono la parola santo, ma io non vi bado non essendo degno di tale aggiunta. E adesso, valoroso cavaliere, posso chiedere il nome del mio onorevole ospite?».
«Certamente, santo chierico di Copmanhurst», disse il cavaliere; «da queste parti mi chiamano il Cavaliere Nero molti, signore, vi aggiungono l’appellativo di fannullone, ma io non aspiro assolutamente a tale distinzione». L’eremita riuscì a malapena a trattenersi dal sorridere alla risposta dell’ospite.
«Vedo», disse, «signor Cavaliere Fannullone, che siete un uomo prudente e accorto; e vedo inoltre che non vi piace il mio povero cibo monastico, abituato, come probabilmente siete, alla sovrabbondanza delle corti e degli accampamenti e ai lussi delle città. Ma ora che ricordo, signore, il caritatevole guardaboschi di questa foresta che mi lasciò questi cani per difesa e quei fasci di foraggio, mi diede anche un po’ di cibo che, essendo poco adatto alle mie abitudini, avevo completamente dimenticato tra meditazioni ben più serie» «L’avrei giurato», disse il cavaliere, «mi sono reso conto che c’era del cibo migliore nella cella, santo chierico, quando avete tirato giù il cappuccio. Il vostro guardaboschi è davvero un brav’uomo, e nessuno che vedesse i vostri denti lottare con questi piselli e la vostra gola inondata da questo spiacevole elemento potrebbe lasciarvi condannare a un cibo e a un beveraggio da cavallo come questi» (e indicò le provviste sulla tavola) «e non cercare di migliorare la vostra dieta. E adesso esaminiamo la generosità del guardaboschi senza perder tempo». L’eremita lanciò al cavaliere uno sguardo preoccupato in cui c’era una comica espressione d’esitazione, come se si stesse domandando sino a che punto fosse prudente fidarsi del suo ospite. Ma nel volto di questi c’era tutta la franchezza generosa che fattezze umane potessero esprimere. Anche il suo sorriso aveva in sé qualcosa di irresistibilmente comico che dava garanzia di fedeltà e di lealtà e che l’eremita non poté fare a meno di apprezzare. Dopo che si furono scambiati una o due occhiate in silenzio, l’anacoreta andò verso il fondo della capanna e aprì un bugigattolo nascosto con grande cura e con una certa abilità.
Dai recessi di uno scuro stanzino a cui si accedeva da quella apertura, tirò fuori un grosso pasticcio cotto al forno in un piatto di peltro di notevoli dimensioni. Lo posò quindi davanti all’ospite il quale, servendosi del pugnale per tagliarlo non perse tempo a far conoscenza col suo contenuto.
«Da quanto tempo non è più stato qui il buon guardaboschi?», il cavaliere domandò al padrone di casa, dopo aver trangugiato velocemente parecchi bocconi di quel supplemento di dieta.
«Da circa due mesi», rispose in fretta il buon padre «In nome di Dio!», ribatté il cavaliere, «Tutto è miracoloso nel vostro eremitaggio, santo chierico! Avrei giurato che il grasso cervo che ha fornito questa carne corresse ancora sulle sue zampe non più tardi di questa settimana». L’eremita rimase alquanto sorpreso da questa osservazione si era inoltre fatto triste nel veder diminuire il pasticcio a cui il suo ospite portava assalti disperati, e le sue precedenti dichiarazioni d’astinenza non gli permettevano di seguirlo nella battaglia.
«Sono stato in Palestina, santo chierico», disse il cavaliere smettendo improvvisamente di mangiare, «e ricordo che là si usa che chiunque abbia un ospite debba assicurarlo circa la bontà del suo cibo dividendolo con lui. Ben lungi da me sospettare che un sant’uomo come voi possa fare qualcosa d’inospitale; tuttavia vi sarei molto grato se voleste seguire questo uso orientale».
«Per tranquillizzare i vostri inutili scrupoli, signor cavaliere, contravverrò per una volta alla mia regola», rispose l’eremita. E poiché a quei tempi non c’erano forchette, infilò immediatamente i suoi artigli nel bel mezzo del pasticcio Una volta rotto il ghiaccio, sembrò aver inizio una gara tra l’ospite e l’anfitrione su chi dimostrasse il miglior appetito, e sebbene il primo fosse probabilmente a digiuno da più tempo tuttavia l’eremita lo superò di un bel pezzo.
«Santo chierico», disse il cavaliere quando la fame fu placata, «scommetterei il mio buon cavallo laggiù contro uno zecchino che quello stesso onesto guardacaccia a cui siamo debitori della carne di cervo vi abbia lasciato un barile o una botte di vino delle Canarie o qualcosa di simile a far compagnia a questo nobile pasticcio. Naturalmente si tratta di un particolare totalmente indegno d’essere ricordato da un anacoreta rigoroso quale voi siete; tuttavia credo che se andaste a frugare in quel bugigattolo scoprireste che la mia supposizione è giusta». L’eremita rispose con una smorfia e, tornato nello stanzino ne tirò fuori un bottiglione di cuoio che poteva contenere circa quattro litri e mezzo. Prese anche due grosse coppe di corno di bufalo cerchiate d’argento. Fatti questi preparativi per mandar giù la cena, non ritenne più necessarie ulteriori cerimonie; riempì le coppe ed esclamando all’uso sassone: «Waes Hael, signor Cavaliere Fannullone!», vuotò d’un sorso la sua.
«Drinc Hael, santo chierico di Copmanhurst!», rispose il guerriero imitando il suo anfitrione.
«Santo chierico», aggiunse il forestiero dopo aver tracannato la prima coppa, «sono stupito che un uomo dotato di muscoli e nervi come i vostri e che si è dimostrato un così buon mangiatore, possa pensare di vivere da solo in questo luogo selvaggio. Secondo me, siete più adatto ad avere un castello o una fortezza, a mangiare e bere in abbondanza piuttosto che a vivere qui di piselli e di acqua o della carità del guardacaccia. Se fossi in voi, cercherei almeno di divertirmi e di procurarmi i cervi del re. Ce ne sono a branchi in queste foreste, e nessuno ne soffrirà se uno di essi finirà nelle mani del cappellano di san Dustan».
«Signor Cavaliere Fannullone», rispose il chierico, «queste sono parole pericolose e vi prego di evitarle. Sono un eremita fedele al re e rispettoso della legge e se dovessi razziare la selvaggina del feudatario finirei sicuramente in prigione, e se la mia tonaca non mi salvasse correrei il pericolo d’essere impiccato».
«Eppure, se io fossi in voi», disse il cavaliere, «andrei a fare una passeggiata al chiaro di luna, quando guardaboschi e guardacaccia se ne stanno al caldo nel letto, e occasionalmente, mentre vado biascicando le mie preghiere, farei partire una freccia fra i branchi di cervi scuri che pascolano nelle radure. Dimmi, santo chierico, non hai mai praticato un tale passatempo?».
«Amico Fannullone», rispose l’eremita, «voi avete visto tutto ciò che poteva riguardarvi nella mia dimora e anche di più di quanto meriti uno che vi si è installato con la violenza. Credetemi; è meglio godere i beni che Dio ci manda piuttosto che essere indiscreti e ficcare il naso per sapere da dove provengono. Riempite la vostra coppa e siate il benvenuto; non fate, vi prego, altre domande impertinenti e non obbligatemi a dimostrarvi che ben difficilmente avreste trovato qui alloggio se io avessi deciso di impedirvelo».
«In fede mia», disse il cavaliere, «mi rendete sempre più curioso! Siete l’eremita più misterioso che abbia mai incontrato, e voglio conoscervi meglio prima che ci lasciamo. In quanto poi alle vostre minacce, sant’uomo, sappiate che state parlando a uno il cui mestiere è cercare il pericolo ovunque esso si trovi».
«Signor Cavaliere Fannullone, bevo alla vostra salute», disse l’eremita, «con molto rispetto per il vostro valore ma con scarsa stima per la vostra discrezione. Se vorrete misurarvi con me ad armi pari, vi darò, in tutta amicizia e amore fraterno, una tale penitenza e una completa assoluzione che per i prossimi dodici mesi non peccherete di troppa curiosità». Il cavaliere brindò e gli chiese di indicare le sue armi.
«Dalle forbici di Dalila al chiodo da dieci soldi di Giaele alla scimitarra di Golia», rispose l’eremita, «non c’è arma con cui non potrei sfidarvi. Ma, se sono io che devo scegliere, che cosa ne direste di questi gingilli?». Detto questo, aprì un altro ripostiglio e tirò fuori due spadoni e due scudi, di quelli usati dalla gente di campagna di allora. Il cavaliere, che non perdeva d’occhio i suoi movimenti, notò che in quel secondo nascondiglio c’erano due o tre buoni archi, una balestra, un mazzo di dardi per quest’ultima e una mezza dozzina di fasci di frecce. Si vedevano anche un’arpa e altri oggetti d’aspetto molto poco canonico in quello scuro bugigattolo.
«Vi prometto, fratello chierico», disse, «che non farò più domande offensive. Il contenuto di quell’armadio ha risposto a tutte le mie domande. Ma vedo lì un’arma…», si fermò e prese l’arpa, «con cui vi darei volentieri prova della mia abilità, piuttosto che con la spada e lo scudo».
«Spero, signor cavaliere», disse l’eremita, «che i motivi per cui vi hanno soprannominato Fannullone non siano fondati. Devo dire che ne ho un forte sospetto. Tuttavia siete mio ospite e non voglio mettere alla prova il vostro coraggio senza il vostro consenso. Sedetevi, quindi, e riempitevi la coppa. Beviamo, cantiamo e stiamo allegri. Se conoscete una bella canzone, sarete il benvenuto a Copmanhurst e avrete diritto a un pezzo di pasticcio di carne fin tanto che servirò la cappella di san Dustan; e, a Dio piacendo, la servirò sin quando non dovrò cambiare la mia grigia tonaca con una di verdi zolle. Su, riempite il bicchiere poiché ci vorrà del tempo a intonare l’arpa, e nulla accorda la voce e affina l’orecchio meglio di una coppa di vino. In quanto a me, amo sentire il succo dell’uva fin sulla punta delle dita prima di far suonare le corde dell’arpa».

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