[POESIA] Il tesoro

(Tratta da: “Le avventure di Tom Bombadil” di J. R. R. Tolkien)

Quando il Sole e la Luna ancor giovani erano
di oro e di argento gli dei cantavano;
nell’erba verde argento spargevano
e l’acque chiare di oro riempivano.
Prima che inferno o abisso venisse scavato,
prima che nano o drago fosse generato,
c’eran Elfi antichi che negli avvallamenti
e sotto verdi colline di magie cantavano
mentre begli oggetti e corone scintillanti
per i re degli Elfi forgiavano.
Ma per un fato avverso il loro canto andò perduto:
dall’acciaio incatenato, dal ferro abbattuto.
Non cantò avidità, né con bocca sorrise;
sulla Terra degli Elfi l’ombra discese:
in antri oscuri il tesoro fu ammassato,
argento scolpito e oro cesellato.
In una buia grotta un vecchio nano viveva,
dall’oro e dall’argento le dita mai staccava;
sì forte batteva incudine e martello
che sulle sue mani si formò più di un callo;
e monete coniò ed anelli forgiò:
di comprare il potere dei re pensò.
Ma gli occhi si offuscarono, l’udito si indebolì
e la pelle sulle ossa del suo cranio ingiallì;
le pietre dure dalle dita ossute
con un pallido splendore scivolaron, non vedute.
Non sentì i passi, ma la terra tremò
quando il giovane drago la sua sete appagò:
un fiume infuocato fumò alle sue porte
e nel fuoco il nano trovò, solo, la morte:
sibilaron le fiamme sul pavimento inumidito,
in quel fango bollente ogni osso fu incenerito.
Sotto la grigia pietra un vecchio drago viveva,
gli occhi rossi sbatteva mentre solo giaceva.
Morta era giovinezza e le gioie passate,
le membra raggrinzite, nodose e incurvate
dopo tanti anni trascorsi al suo oro incatenato,
anche il fuoco nel suo cuore s’era ormai affievolito.
Di gemme era incrostato il suo limoso ventre,
leccava ed annusava il suo argento e l’oro sovente:
lui conosceva il posto del più piccolo anello
sotto l’ombra nera del suo alato mantello.
Sul suo duro giaciglio ai ladri pensava
e in sogno delle loro carni si cibava,
frantumava le ossa ed il sangue beveva:
le orecchie abbassò, mentre il fiato perdeva.
Non udì il tintinnare di un’armatura.
una voce echeggiò nella sua grotta scura:
con spada scintillante un giovane guerriero
lo chiamò a difendere il suo tesoro.
Coriacea era la pelle, e i denti poteron poco
ché lo straziò la spada, s’estinse anche il suo fuoco.
Su un altissimo trono un vecchio re viveva:
sulle ginocchia ossute bianca barba pendeva;
nè carni nè bevande egli più assaporava,
nè canti più sentiva; ma soltanto pensava
al suo enorme forziere col coperchio intagliato
dove pallide gemme e oro avea celato
in un antro segreto, in quel terreno scuro,
con le robuste porte incatenate col ferro duro.
Dei suoi fidi la ruggine aveva ormai corroso
le spade; caduto il governo ingiusto e il suo regno glorioso,
vuote eran le sale, fredde le sue dimore,
ma dell’oro degli Elfi egli era il signore.
Dei corni sul passo non udì il fragore,
del sangue sull’erba non sentì l’odore,
e il suo regno fu perduto, le sue sale bruciate,
e le sue ossa in una fossa furon gettate.
In una roccia scura un antico tesoro sta’
obliato dietro porte di cui nessuno le chiavi ha;
nessuno può varcare quel sinistro cancello.
Cresce l’erba verde sopra quel monticello
dove brucan le pecore e le allodole soglion volare
e il vento soffia dalla spiaggia del mare.
Quel antico tesoro sol la Notte ormai rinserra
mentre dormono gli Elfi, ed attende la terra.

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