[LEGGENDA] Pwyll, principe di Dyfed

Pwyll, principe di Dyfed, il cui nome significava “saggezza”, regnava sulle sette contee di quella terra.
Un giorno che si trovava ad Arberth, sua corte principale, fu preso dal desiderio di andare a caccia.
Tra i suoi domini il luogo in cui più gli piaceva cacciare era Glynn Cuch. La sera stessa lasciò Arberth e giunse a Llwyn Diarwya dove trascorse la notte. L’indomani si alzò di buon mattino e si recò a Glynn Cuch per sguinzagliare i cani nel bosco.
Pwyll suonò il suo corno e si slanciò dietro ai cani da caccia.
Ben presto perse dietro se i compagni, poiché prestava orecchio solo ai latrati dei propri cani, e così, ad un tratto, udì il diverso abbaiare di un’altra muta che avanzava incontro alla sua.
In quel momento, ai suoi occhi si offriva la vista di una radura nel bosco, priva di ogni asperità. I cani scomparvero sul limitare della radura ed egli scorse un cervo in fuga davanti a un’altra muta.
Giunta nel centro della radura, la muta che inseguiva il cervo lo raggiunse e lo abbatté. Allora egli, dimentico del cervo, notò il colore dei cani: mai ne aveva visto di simile in cani da caccia. Gli animali erano di un bianco splendente e luminoso, e le orecchie erano rosse, d’un rosso brillante non meno del candore del corpo.
Pwyll si avvicinò, scacciò la muta che aveva ucciso il cervo e chiamò i propri cani alla spartizione della preda.
In quel mentre, vide venire dietro alla muta un cavaliere in sella a un gran cavallo grigio ferro, col corno da caccia appeso al collo e vestito d’un costume da caccia di lana grigia. Era Arawn, signore di Annwn, ed era indispettito dalla scortesia di Pwyll.
«Non ho mai visto – gli disse – persona commettere una scortesia più grande di questa: hai scacciato la muta che aveva ucciso il cervo per chiamare i tuoi cani alla spartizione della preda! Questa è mancanza di cortesia. Io però non mi vendicherò su di te, ma sul mio onore dovrai ridarmi cento cervi del tutto simili a quello che mi hai sottratto.».
«Se ti ho fatto torto – disse Pwyll – riscatterò la tua amicizia. Dimmi chi sei, quale il tuo paese e in che modo posso rimediare al mio errore».
«Annwn è il nome del mio paese ed io sono Arawn il suo re – rispose quello. – Se vuoi rimediare al torto che mi hai fatto, ecco in che modo puoi farlo. C’è un uomo, i cui domini confinano coi miei, mi fa continua guerra: è Hafgan, mio rivale sul dominio di Annwn. Se mi sbarazzi del suo flagello, stringerò con te eterna amicizia. Ti porrò al mio posto in Annwn, avrai il mio aspetto e le mie sembianze, così che nessun valletto o ufficiale, né alcuno di quanti sono del mio seguito, possa dubitare che si tratti di me, e regnerai accanto alla donna più bella che tu abbia mai visto. Vi rimarrai per un anno e un giorno. Scaduto quel tempo, ti recherai al confine col regno di Hafgan e il mio, dove c’è un guado e lì affronterai il nemico. Lo atterrerai con un colpo e, se ti dovesse chiedere di finirlo con altri colpi rifiuterai di farlo. Ricorda bene queste parole, perché se non ti fermassi al primo colpo Hafgan riacquisterebbe le forze e potrebbe sconfiggermi il giorno successivo».
«Durante questo tempo – lo interruppe Pwyll – che ne sarà del mio regno?»
«Prenderò le tue sembianze – rispose Arawn – e il tuo posto e nessuno si accorgerà di quanto è accaduto».
Pwyll allora accettò la richiesta del Re e la trasformazione ebbe luogo in quello stesso istante, poi si recò alla corte di Annwn.
Quando Pwyll entrò nell’Annwn se ne stupì per la meraviglia dei luoghi, lo splendore degli edifici e la ricchezza di quanto aveva attorno.
Appena fu entrato nella sala, scudieri e giovani valletti accorsero per disarmarlo e togliergli gli stivali, accogliendolo come si conveniva ad un re, senza dubbio alcuno sulla sua persona.
Due cavalieri vennero a liberarlo delle vesti da caccia e lo rivestirono di un abito regale ed intessuto d’oro.
Fu preparata la sala; egli vide entrare la famiglia, il seguito, la compagnia più bella e meglio adorna che si fosse mai vista e con essa la regina, la più bella donna del mondo, vestita di uno splendente abito.
Dopo essersi lavati, tutti si misero a tavola.
Pwyll prese a discorrere con la regina e scoprì che era la donna più arguta, di belle maniere, aggraziata e pronta d’ingegno che avesse mai incontrato.
Ebbero cibo, bevande, musica e intrattenimenti a proprio piacimento; di tutte le corti che egli aveva visitate al mondo, quella era la meglio provvista, quanto a nutrimento, bevande, stoviglie d’oro e gioielli regali.
Quando giunse l’ora di dormire Pwyll e la regina andarono a coricarsi. Appena furono a letto, egli le volse le spalle e rimase col corpo voltato verso il bordo del letto senza dirle una sola parola fino al mattino.
L’indomani, tra di loro non vi furono che letizia e amabili conversazioni. Ma, quale che fosse l’affetto reciproco dimostrato durante il giorno, fino alla fine di quell’anno egli non si comportò una sola notte diversamente dalla prima.
Venne il giorno dello scontro con Hafgan e Pwyll, seguito da una scorta ben nutrita di guerrieri, si portò al guado, come gli era stato chiesto un anno e un giorno prima.
Dall’altra parte del fiume c’era ad attenderlo il nemico del re di Annwn, circondato da un drappello di guerrieri. Uno di questi avanzò.
«Il nostro re è qui per affrontarti in uno duello, Arawn, signore di Annwn, – disse il guerriero – le condizioni sono che nessuno di noi debba intromettersi e così dovrà essere, ti chiede il mio re che questo valga anche per i tuoi guerrieri.»
Pwyll accettò e si portò in mezzo al guado. Non appena furono vicini, Pwyll sferrò un poderoso colpo al suo avversario che colpì il centro dello scudo, lo spezzò e infranse anche la corazza che proteggeva il suo corpo.
Hafgan cadde in mezzo al guado, morente e in quello stesso istante si accorse che il suo assalitore non era Arawn.
«Perché tu, che non sei il mio nemico, hai voluto colpirmi? – gridò Hafgar – Finiscimi ora, in modo che io non debba soffrire ancora!»
Pwyll tuttavia, legato all’impegno che aveva assunto con Arawn e memore delle sue parole, rispose.
«Porterò sulla coscienza il peso di questo gesto per tutta la vita, ma era indispensabile che io agissi come ho fatto. Per le stesse ragioni è certo che non ti darò il colpo di grazia.»
Hafgan seppe allora che era giunta la sua fine e si fece condurre via dai suoi uomini.
Pwyll dichiarò il regno nemico proprietà di quello di Annwn e si diresse, come promesso ad incontrare Arawn.
Giunto ai boschi di Glynn Cuch, Arawn restituì a Pwyll le sue sembianze e, riprese le proprie, fece ritorno alla corte di Annwn.
Arawn fu lieto di ritrovarsi con le sue genti e la sua famiglia che non vedeva da lungo tempo. Essi, invece, non ne avevano avvertito l’assenza e il suo arrivo, quella volta, non parve loro più straordinario dell’usuale.
Trascorse la giornata in letizia, in gioie, in riposo e conversazioni con la moglie e i nobili. Quando parve loro giunto il momento di dormire più che di bere, andarono a coricarsi.
Il re si mise a letto e la moglie lo raggiunse.
Si abbandonò con lei ai piaceri dell’amore con estrema passione ed ella, che da un anno non vi era usa, pensò con meraviglia: «Per un anno non mi hai toccato, in cosa è diversa questa notte?».
Meditò a lungo fino a che anche Arawn non fu sveglio. Le rivolse la parola una prima volta, poi una seconda, poi una terza, senza ottenere risposta.
«Perché, moglie mia – chiese – non mi rispondi?».
«Ti parlerò – essa rispose – più di quanto abbia fatto in questo luogo da un intero anno».
«Come? Non abbiamo parlato di tante cose?».
«Ricada l’onta su di me se, sarà stato un anno ieri sera, a partire dall’istante in cui ci trovavamo tra le pieghe di queste lenzuola vi furono tra noi giochi o colloqui. Non hai mai nemmeno rivolto il viso verso di me, per non parlare, a maggior ragione, di far cose più importanti!».
Allora anche Arawn prese a meditare.
«In verità, – esclamò, comprendendo – non v’è amicizia più salda e più fedele di quella del compagno che ho trovato!».
Poi disse alla moglie: «Moglie mia, non accusarmi! Sul mio onore, io non ho dormito con te, era un anno ieri sera che non mi coricavo al tuo fianco!».
E le narrò la sua avventura.
«Posso testimoniare – ella disse – che ti sei imbattuto in un amico fidato, nel combattimento come nelle prove del corpo e nella fedeltà che egli ti ha mostrata».
«Mia Signora, proprio a ciò riflettevo, quando davanti a te ho taciuto».
«Di questo non c’è da stupirsi», rispose lei.
Anche Pwyll, a sua volta, tornò nei suoi domini e nel suo paese. Cominciò col chiedere ai nobili cosa pensassero del suo governo di quell’anno, in confronto agli anni precedenti.
«Signore – essi risposero – mai tu mostrasti tanta cortesia, mai fosti tanto amabile; mai donasti i tuoi beni con tanta liberalità e mai amministrasti meglio che in quest’anno».
«Sul mio onore – egli esclamò – è giusto che voi testimoniate la vostra riconoscenza all’uomo che avete avuto tra di voi! Ecco l’avventura, proprio come si è verificata».
E la raccontò loro per esteso.
«In verità, signore – essi dissero – è stata una benedizione che tu abbia incontrato una simile amicizia. E certo tu non ci priverai del governo di cui abbiamo goduto quest’anno».
«No, sul mio onore, finché sarà in mio potere».
A partire da quel momento, i due principi s’impegnarono a consolidare la propria amicizia; si scambiarono cavalli, maiali, cani da caccia, falconi e tutti gli oggetti preziosi che ciascuno riteneva adatti a recar piacere all’altro.
In seguito al suo soggiorno in Annwn, poiché egli aveva così ben governato e nello stesso giorno aveva riunito i due regni in uno solo, per Pwyll la qualifica di principe di Dyfed cadde in disuso, e da allora egli fu chiamato sempre Pwyll, capo di Annwn.

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